ASINI

Io.
I-o.
Ih-oh.
Il mio maestro, che si chiamava Aldo, ci ripeteva continuamente che sono gli asini a fare sempre ‘Ih-oh ih-oh’.
C’erano alcuni miei compagni di classe che quando il maestro Aldo faceva una domanda alzavano la mano, e se dopo cinque secondi non gli veniva data la parola cominciavano a dire “Io! Io!”.
Ce n’erano altri che quando ci mettevamo in fila per due volevano stare davanti, e se ci si piazzava qualcun altro cominciavano spingere e dire ‘Io!Io!’.
Lo stesso accadeva quando andavamo a fare ginnastica per chi tirava la fila del riscaldamento o doveva salire per primo sulle pertiche. Oppure quando il maestro si doveva assentare per qualche minuto e chiamava qualcuno alla lavagna a scrivere la lista dei cattivi.
Questa passione per fare la spia poi, non l’ho proprio mai capita. Le rare volte che il maestro sceglieva me (che tra l’altro mi guardavo bene dall’alzare la mano) mi vergognavo come un ladro e non scrivevo mai nessuno. Dopo due minuti la situazione era già degenerata irreversibilmente e arrivava il bidello a fare da carabiniere.
Per la verità anch’io avevo la mia parte di colpe.
Ogni tanto quando uscivamo in cortile nell’intervallo il maestro Aldo, che era un grande appassionato e di calcio e allenava anche la scuadra di pulcini della parrocchia, ci consentiva di giocare a pallone. Normalmente faceva lui le squadre e faceva anche l’arbitro, forse alla ricerca di qualche talento da portare a giocare nella sua squadra. “Chi vuole giocare in attacco?” chiedeva una volta fatte le squadre. E lì ero sempre il primo a dire “Io!Io!”. Non potevo resistere al richiamo di giocare centravanti, il mio idolo era Altobelli che giocava nella mi squadra del cuore: l’Inter. Tutte le volte che mi arrivava il pallone mi mettevo a scartare tutti (ero sommamente innamorato del pallone) e intanto facevo pure la telecronaca: chiamandomi rigorosamente Altobelli.
Ad ogni modo, in tutte quelle circostanze in cui qualcuno attaccava con quella manfrina di “Io-io” il maestro si imbufaliva e diceva: “Sono gli asini che dicono sempre. ‘Ih-io ih-io!’”.
Solitamente questo ci faceva smettere: ma la volta dopo si ricominciava, insomma lì per lì il suo sbottare ci arginava, ma proprio non imparavamo la lezione.

Una mattina il maestro Aldo venne in classe con un altro suo amico maestro di nome Renzo.
Si era proprio scocciato di noi e dei nostri ‘io-io’, ci disse, per cui quel giorno sarebbe stato il suo amico a farci lezione al posto suo.
Dopo di ché girò sui tacchi e se ne andò a fare una passeggiata. Potrà sembrarvi strano ma erano altri tempi, e i maestri avevano altri metodi educativi. Ci disse anche di stare attenti perché Renzo (così si chiamava il supplente) non era tollerante come lui su certe cose.
In effetti noi subito prendemmo la cosa sottogamba. Alla prima ora il maestro Renzo cominciò facendoci le solite domande tipo “Quanti decamentri stanno in un ettometro?”, ed era sempre la solita cantilena di “Io-io”. Lui si limitava a dire, con molta calma: “Che cosa vi dice sempre il vostro maestro? Chi è che dice sempre ‘io-io’?”.
La prima volta che successe Pietro ricominciò immediatamente a dire “Io!Io!” perché pensava che anche a quella domanda servisse dare una risposta. Era sicuramente il più irrecuperabile di tutti.
Comunque sia, la solita gragnuola di ‘Io-io’ venne a galla quando ci mettemmo in fila per l’intervallo.
Il maestro Renzo era sempre calmo. L’unica cosa strana era che tutte le volte che qualcuno si metteva a dire ‘Io-io’ lui gli chiedeva il nome e poi scriveva su un taccuino. Quando la cosa cominciò a ripetersi troppo spesso cominciai a sentire una gran puzza di bruciato. Anche il suo sguardo a poco a poco comincio a diventare sempre più obliquo, quasi da furetto.
Alla terza e alla quarta ora del mattino c’era ginnastica e ad un certo punto il maestro Renzo ci propose di fare una partita di pallone. Questa era veramente una novità, una partita di pallone nella palestra, con delle vere porte da calcetto ed un terreno che per una volta non sembrava avere appena subito un processo di aratura.
Il maestro Renzo fece più o meno come faceva Aldo nell’intervallo: prese un fischietto fece le squadre e poi chiese di alzare la mano a chi volesse giocare in attacco. Con circospezione alzai la mano insieme ad altri quattro o cinque. C’erano quattro attaccanti da scegliere, un centravanti ed un’ala per squadra. Lentamente il maestro Renzo scelse le due ali e uno dei due centravanti. Era rimasto un unico posto da centravanti per me e un altro volontario. L’altro si sbracciava e diceva senza ritegno: “Io!io!”. Io ero zitto. Avevo un gigantesco “Io!IOOOOOOO!” che mi cresceva dentro, e mi pareva di percepire la foto di Altobelli sulla figurina che tenevo nell’astuccio guardarmi severo. Dovevo avere quel posto, dovevo segnare! Per il mio idolo! Per risollevare il campionato dell’Inter!
Il maestro Renzo aspettava e mi guardava. Iniziai a sudare ma sentivo sempre più puzza di bruciato. Con uno sforzo sovrumano abbassai la mano ritirando la mia candidatura e, perfidamente, il nostro suppplente assegnò il MIO posto a Davide.
Nel primo pomeriggio valutai che avesse chiesto il nome praticamente a tutti i miei compagni tranne me, che, per non saper né leggere né scrivere specialmente dopo l’episodio della partitella, me ne stavo sempre in disparte.
Ad un certo punto il maestro Renzo mi interpellò direttamente: “Vediamo un po’… tu laggiù che te ne stai sempre zitto… hai voglia di rispondere a qualche domanda?”
“Beh, non è che ne abbia poi una così gran voglia…” borbottai.
“Parliamo un po’ di pronomi personali” mi bruciò sul tempo lui “Qual è la prima persona?”
Altrochè puzza di bruciato, quello era un tranello bello e buono! Con tutto il candore di questo mondo risposi: “Noi.”
Il maestro Renzo mi guardò storto e poi tornò a chiedermi: “Va bene, seconda domanda: facciamo finta che tu abbia un fratello. Chi è il fratello di tuo fratello?”
E io fiutando l’inghippo: “Andrea.”
“Come? E chi è Andrea?”
“Il mio terzo fratello.”
“Non dire bugie, so perfettamente che non hai nessun fratello che si chiama Andrea.”
“Beh, se è per quello fratelli non ne ho per nulla…”
Il supplente inclinò così tanto la testa che per un attimo temetti che gli cadesse di lato, ma non mi chiese altro. Guardò invece l’orologio e disse: “Bene ragazzi. Direi che è per l’ultima ora al posto della lezione faremo una bella gita fuori porta.”
E così dicendo ci portò a fare una passeggiata sulla collina dietro alla scuola.
Tutti erano estasiati, uscire piuttosto che fare lezione era una cosa eccezionale. Io però continuavo ad essere perplesso. Quando fummo a duecento metri dalla scuola ci fece fermare nelle vicinanze di un carretto e disse: “Bene ragazzi ora ci divideremo in due gruppi. Tu! – indicò me – Qui alla mia sinistra!”
Io mi avvicinai riluttante e lo affiancai, lui si volse verso di me e disse: “Ora voglio che tu rimanga immobile come una statua.”
D’improvviso mosse le braccia verso l’alto disse qualcosa tipo ‘Agrabuz!’ e… ZOT!
Tutti i miei compagni divennero all’improvviso asini.
Per la sorpresa si misero a ragliare a più non posso: “Ih-oh Ih-oh”. Si guardavano a vicenda e cercarono di correre via, ma il maestro Renzo fece uscire da chissà dove una frusta e la schioccò nell’aria paralizzando tutti, dopo di ché volse verso di me il suo sguardo penetrante per vedere se per caso non stavo meditando di darmela a gambe.
Io però, pietrificato dall’orrore, ero più fermo di un gatto di maiolica. Sotto i suoi occhi perforanti sentii una gocciolina scendermi giù dalla tempia e mi chiesi se già non stessi osando troppo.
“Benebenebene.” Disse il malvagio Renzo strofinandosi le mani “Adesso: c’è un carretto da tirare fin su per la collina. Chi si offre volontario?”
Neanche a dirlo tutti zitti: “Ma come?- li canzonò il malvagio maestro -Nessuno dice più ‘Io’, adesso? E si che sarebbe ben facile!”
In effetti la voglia di chiacchierare era passata un po’ a tutti.
Lui passeggiò per un po’ in qua e in là e poi si rivolse a me: “Augusto, scegli tu.”
Evitai di fargli notare che mi chiamo Matteo, e rimasi zitto e immobile. Dopotutto me lo aveva detto lui. A quel punto mi si avvicinò e mi chiese con voce suadente: “Su Augusto, dimmi chi è che ti sta più antipatico che gli facciamo tirare il carretto.”
E io zitto.
“Dai, a me lo puoi dire, no?” si avvicinò ancora al mio orecchio sbatacchiando le palpebre, la sua voce era un sussurro mellifluo, avevo la strana sensazione che anche le sue ciglia si stessero allungando. Il sudore mi scendeva copioso dalle tempie, e anche le ascelle cominciavano ad emanare. Se fossi stato una teiera quello sarebbe stato il momento in cui mi sarei messo a fischiare.
Fu in quel momento che arrivò Aldo, il nostro maestro vero e proprio.
“Bene, vedo che sei riuscito a tirare fuori il lato migliore di tutti loro.” Disse con sarcasmo indicando i miei compagni tramutati in asini. “E Augusto? Come mai non è ciuco pure lui?” adesso pure lui cominciava a chiamarmi Augusto? Era chiaramente una provocazione.
“Matteo” lo corresse Renzo, di colpo sembrava cambiato “mi sembra diverso dagli altri. Lui non si sente sempre il centro del mondo.”
“Beh, tanto meglio, vorrà dire che hai risparmiato una buona magia” fece il maestro Aldo con noncuranza e così dicendo si spostò in mezzo al gruppo di asini: “Vediamo a che punto è la lezione: ho qui un bel pacchetto di caramenlle, qualcuno ne vuole?”
I miei compagni in forma d’asino rimasero perfettamente muti.
“Beh, forse adesso che siete asinelli trovate più appetitosa questa carota.”
Tutti zitti.
“E questa collezione completa di Extra Omarelli Smontabili che odorano di tredici frutti diversi?”.
Tutti muti. Incredibile, nella mia classe c’erano almeno quattro bambini che avrebbero volentieri barattato 6 mesi di merendine con quella collezione.
“Bene. Mi sembra che siate abbastanza guariti, direi che potete mettervi in fila per essere ritrasformati in bambini. A chi non importa di essere l’ultimo darò questo autografo originale di Altobelli.”
“IO!IO!” gridai di riflesso capendo in ritardo che il maestro Aldo non voleva affatto far tornare i miei compagni bambini ma quella era tutta una complicata trappola ordita contro di me, e infatti…
“Agrabùz!”
Renzo inciuchì pure me.

Dopo una mezz’ora il maestro Renzo, che dopotutto non era poi così cattivo, disse: “Zubargà!” e tornammo tutti normali. Anche quella del carretto si rivelò una minaccia a vuoto: nessuno dovette tirarlo su per la collina, ci fecero soltanto marciare per un po’ in qua e in là, in fila per due, per tre e per sette. Alla fin fine essere asini non era nemmeno tanto male: se sei un ciuco a nessuno viene in mente di chiederti che relazione c’è tra peso lordo, peso netto e tara.
Ad ogni buon conto fui ben felice di tornare nei miei panni.
Il giorno successivo tornò normalmente a farci lezione il maestro Aldo. Non disse una parola su quanto era accaduto il giorno precedente. Inoltre, siccome i bambini dimenticano in fretta e a volte confondono anche un po’ la realtà e il sogno, la nostra vita riprese a scorrere con normalità come se nulla mosse mai accaduto.
Ma da quel momento in poi, potete credermi, di “Io-io” se ne sentirono ben pochi.

AUTORE – Massimiliano Prandini