SARA

Dove diavolo avevano messo Sara? Perché non permettevano che la vedesse?
Non sapeva da quanti giorni si trovasse lì: del resto, quando hai 81 anni suonati la memoria inizia a far cilecca. Un attimo prima passeggiava con Sara, subito dopo era in un’ambulanza.
Poi lo avevano portato lì. Gli era già successo una volta, quarantasei anni prima, in guerra. Ricordava ancora la sabbia d’Africa, arsa dal sole, in cui affondava i piedi mentre marciava cantando quella canzone, come faceva? “Moretta mia?” “Bambina nera?” non lo ricordava: del resto, quando hai 81 anni suonati la memoria inizia a far cilecca. Non avrebbe mai scordato, però, il fragore della mina antiuomo che aveva distrutto i suoi sogni patriottici. Gli aveva strappato via la mano destra.
Ricordava l’ospedale da campo, nelle retrovie, le crocerossine che gli medicavano il moncherino. Aveva ancora davanti agli occhi i ragazzi che marciavano verso le prime linee, come gli aveva invidiati, come si era sentito inutile a non poter più lottare per la patria!
Adesso, era di nuovo imprigionato in quel letto, con la gamba ingessata. Sara era in strada, sola, senza di lui.
Suor Platania entrò nella stanza 105 di Villa Charitatis, il pensionato per anziani indigenti, gestito dalle sorelle del suo ordine.
“Buon giorno, Signor Flachi; come ci sentiamo, oggi?
“Meglio” rispose lui con semplicità, facendo fischiare la lingua tra gli unici due denti malfermi. La suora cambiò la flebo di calmanti e principi nutritivi e lo aiutò a mettersi più comodo nel letto.
“Le fa male la gamba? Ha bisogno che le sistemi il catetere?”
“Come mai sono qui, in infermeria?” chiese lui come se non l’avesse ascoltata.
“L’ha investita un’auto, signor Flachi e ha un femore fratturato. Ma questo glielo ho già detto: ha qualche vuoto di memoria?”
“Una macchina? Non dica sciocchezze, crocerossina, è stata una mina: quei cani degli alleati; non sono riusciti a prendere Addis Abeba, vero? I rinforzi sono arrivati di sicuro…”
“Signor Flachi, si sente bene? La guerra è finita da un pezzo, e noi abbiamo perso…”
“Certo che è finita, crede che non lo sappia – fece lui burbero – quei cani degli alleati. Povero re Umberto, lo hanno cacciato: sa che il referendum era truccato, vero? Sono stati gli americani…ma la pagheranno…”
“Stia calmo” Suor Platania si annotò mentalmente di aggiungere qualche tranquillante alla prossima flebo. Sempre con un sorriso placido stampato sul volto decise di dedicare qualche altro secondo al racconto del loro nuovo bizzarro ospite. In fondo portare conforto agli infermi voleva dire anche far loro compagnia; quel vecchio era solo, aveva solo lei a confortarlo.
“…hanno detto di aver ucciso il Duce, ma lui in realtà è ancora vivo. Era troppo furbo per farsi ammazzare da quei cani dei rossi. Pensi che lui ha fatto assassinare il suo sosia e ora dall’ombra continua a governare, per il suo popolo fa tutto questo, lui ci ama”
“Lei vede troppa TV. A proposito, vuole che l’accompagni in sala audiovisivi. C’è la partita, oggi: Italia – Norvegia, un’amichevole”.
“Come? i norvegesi sono nostri nemici…”
“Le ho già detto che la guerra è finita: non avrà qualche vuoto di memoria?”
“Ma quali vuoti del cavolo, piuttosto mi dica se ha visto Sara”
“Non è venuto nessuno a chiedere di lei”
“Per forza. Che stupidaggine, se Sara sapesse parlare le avrei scritto, o telegrafato. Sempre che gli alleati non abbiano distrutto i cavi del telegrafo…”
“Forse è meglio che chiami il medico”, disse la suora serafica.

Lo psichiatra della USL era un uomo tarchiato e decisamente non attraente. Aveva un’espressione pacifica, quasi assente. Suor Platania conosceva molti medici e aveva sempre notato come tutti gli psichiatri avessero l’aria più assente di molti loro assistiti.
Il dottor Cavazzuti squadrò il proprio paziente come un ornitologo avrebbe fatto con un esemplare raro. Flachi era un uomo ancora massiccio e di statura elevata. La pelle era chiazzata e incartapecorita, il capo era incorniciato da una rigogliosa chioma argentata. Aveva un che di venerabile, che stonava alquanto con le frasi sconnesse che uscivano da quella bocca sdentata.
“Ricapitolando, signor Flachi, lei ha perso la mano in Africa…”
“Me lo ha già chiesto tre volte, secondo me lei è un po’ esaurito – mostrò la protesi come un trofeo – per la patria! E cosa ciò guadagnato, una pensione da fame e una medaglia: nemmeno d’oro me l’hanno data…”
“E adesso come mai è qui, in questa casa di cura?”
“Mi ha già chiesto anche questo: ero uscito per portare Sara a vedere le vetrine, ci sono gli sconti, sa? A un tratto quel pazzo è uscito dalla curva e mi ha fatto cadere per terra, filava un treno…”
“… E Sara, dov’è in questo momento?”
“Chi può saperlo, è un anima libera lei, non riesce a star ferma: oggi è qui, domani, lì…”
“Ha un numero di telefono? La potremmo chiamare…”
“Che idiozia! Sara non può avere un telefono, come farebbe a prenderlo in mano, come riuscirebbe a parlare…quei maledetti alleati è tutta colpa loro…”
“Gli alleati?”
“Come saremmo stati bene se avessimo vinto la guerra: io sarei stato un eroe: noi avremmo vissuto come dei signori, lei sarebbe…”
Il Signor Falchi iniziò a singhiozzare, la tosse subentrò presto, stizzosa e convulsa. Suo Platania aiutò l’anziano ospite a mettersi seduto e gli diede qualcosa per l’asma.
“Sara! Sara! Dove sei?” Piangeva lui aggrappandosi con le braccia ancora vigorose all’abito bianco della religiosa, “perché mi hai abbandonato…!?”

“Gli ho somministrato un calmante, sta dormendo”.
Suor Platania entrò con espressione stanca nell’ufficio della Madre Superiora. Aveva sempre avuto il difetto di prendersi troppo a cuore tutti i malati che accudiva. Questo era un pregio, dal puto di vista della carità cristiana, ma gli incubi che la tormentavano di notte ogni volta che uno di loro moriva o stava male erano una penitenza degna di un martire.
“Avete idea di chi possa essere questa Sara?” lo psichiatra della USL era perplesso.
“Ho fatto alcune telefonate – disse la superiora – ci informiamo sempre sui nostri pazienti; questo perché in caso abbiano eredi o famigliari tentiamo di inserirli presso di loro, per far posto a chi è davvero solo.”
“Allora?” chiese Suor Platania, che ancora ignorava l’esito della ricerca.
“Era la moglie. E’ morta 10 anni fa. Senza figli, invalido di guerra. Una volta congedato ha fatto il bidello in una scuola, ma presto è andato in pensione. La moglie era una sarta. L’appartamento è l’unico bene di famiglia che ha. Non siamo riusciti a rintracciare parenti vivi: è solo. La macchina che lo ha investito è fuggita. Non ha grossi danni fisici, ma a quell’età la testa fa presto a cedere”
“Se Sara è morta, chi è la donna con cui era al momento dell’incidente?”
“Non si illuda – disse il Dott. Cavazzuti – potrebbe non essere una persona, potrebbe perfino non esistere: capita che le persone sole carichino gli oggetti di qualche significato: Sara potrebbe essere una fotografia, o un pesce rosso…”
“Se così fosse, portarglielo potrebbe servire a calmarlo”.
“Se vuole un consiglio, lasci perdere. Ne ho visti tanti così, non si riprendono più. I vuoti di memoria e le crisi di identità peggioreranno sempre di più. Per sua sfortuna ha un fisico d’acciaio: potrebbe durare così a lungo. Non vorrei finire i miei giorni così, piuttosto un bel colpo secco…”
“Posso andare, Madre Superiora?” Chiese Suor Platania con aria quasi di supplica.
“Certo, se questo ti fa sentire meglio. Dai documenti sappiamo dove abita e c’erano anche le chiavi di casa tra le sue cose. Approfittane per avvertire i vicini che lui si trova qui, metti che lo cerchi qualcuno…Prendi anche qualche abito e un po’ di biancheria. Temo che il signor Flachi dovrà restare da noi a lungo”
“Certo, Sorella. Andrò subito. Posso usare il pulmino della Casa?”
“Fai pure. Vedo che questo caso ti appassiona molto; ricordati, però, ogni ospite di questa struttura è uguale agli altri, non devi togliere tempo alla cura degli altri ospiti, per curare il Signor Flachi”
Suor Platania uscì inchinandosi leggermente in segno di rispetto. Il Dott. Cavazzuti la scrutò finché la pesante porta di legno dello studio non si fu chiusa.
“E’ una delle nostre novizie più giovani – disse la Superiora, quasi indovinando i dubbi del suo interlocutore – ed è anche una delle nostre migliori infermiere. Il suo principale difetto è che prende sempre tutto troppo a cuore”
“Mi meraviglia, Sorella, che proprio Lei lo consideri un difetto! Pensavo che voi suore prendeste a cuore tutto: non vorrete rubare il ruolo dei cinici a noi medici, vero?”
“Non è questione di cinismo. In un posto di sofferenza come questo, se non ti riesci a distaccare un po’ dalle tragedie dei tuoi malati rischi di impazzire. Anch’io ero così da giovane, poi l’ho capito. Spero lo capisca anche lei. E’ così buona ma non so se è adatta a questo posto: è poco più di una bambina.”
Lo psichiatra proruppe in una sonora risata “Una suora che guarda gli altri con distacco! Dove andremo a finire?!”
“Dio vede e provvede”

Si aggirava furiosamente per i vicoli più bui del quartiere. Doveva trovare il suo amico, ma non poteva correre il rischio di farsi prendere. Ne aveva visti tanti finire in gabbia, per non tornare più a casa…
La ferita all’anca le faceva male. Quella dannata macchina li aveva investiti ed era scappata. Un’altra auto, più grossa e tutta piena di luci, aveva portato via il suo amico. Lei era scappata, meglio tenersi nascosti per un po’. Si era arrangiata per qualche giorno, mangiando quello che capitava; aveva pure dovuto combattere per conquistarlo. Ora però sentiva che doveva tornare verso la casa del suo amico. Non ne sapeva la ragione, ma era sicura che quella fosse la cosa giusta da fare: quei presentimenti raramente sbagliavano. Mancavano pochi isolati, doveva correre, ma non poteva uscire troppo allo scoperto.

Suor Platania fermò il Ducato di Villa Charitatis davanti al gruppo di case popolari che ospitava l’appartamento del Sig. Roberto Flachi, eroe della Seconda Guerra Mondiale. Era un palazzo di otto piani, giallo sbiadito, del tutto anonimo, come solo le case costruite con i frettolosi stanziamenti statali possono essere. Nel disordinato cortile sassoso del grosso agglomerato alcuni bambini giocavano a pallone, mentre sulla strada il numero impressionante di magrebini marcava col fuoco del degrado un quartiere che forse un tempo qualche politico aveva dipinto come una nuova frontiera dell’espansione cittadina; l’aveva, sempre colpita il fatto che da dove gli immigrati si stabilivano in massa, gli italiani normalmente scappassero. Ogni zona che abbandonavano diventava per loro un covo di nefandezze bibliche, così una zona ceduta al nemico cessava di essere un luogo della propria città per divenire un’entità estranea da evitare a tutti i costi.
La religiosa faticò a trovare l’ingresso giusto (era impressionante quante entrate avessero questi palazzoni) e alla fine dovette rassegnarsi a chiedere a un ragazzino che la squadrò sospettoso.
“Deve andare laggiù, vicino ai garage, poi volta a destra ed è il secondo portone a sinistra”
“Grazie”

Il numero 46 era segnato sul portone con un arrugginito cartello. Una smisurata pulsantiera la sconvolse: come avrebbe fatto a sapere a che piano fosse l’appartamento.
La Provvidenza le mandò un’anziana donna che uscì dal portone proprio mentre lei stava rinunciando all’impresa.
“Mi scusi?”
“Dica sorella…”
“Conosce il Sig. Flachi?”
“Certo. Un’ottima persona. Gli è successo qualcosa?”
Platania raccontò tutto l’accaduto, l’anziana signora mostrò sincera commozione.
“Povero vecchio…così solo…quindi adesso sta da voi?”
“Certo. Sono venuta per prendergli alcune cose. Sa dirmi a che piano abita?”
“Al quinto. Quando lo vede, gli dica che lo saluta la signora Ermide…”
“Certo. Lei abita vicino a lui?”
“Un piano più in alto.”
“Potrebbe farmi un favore?”
“Dica pure, Sorella”
“Può avvisare che si trova da noi. Se qualcuno dovesse cercarlo…”
“Ne dubito, ma comunque spargerò la voce. Ultimamente a parte il postino non lo cercava nessuno e anche quello si faceva sentire solo per recapitargli bollette…”
“Arrivederci”
“Dio la benedica…”

Per poco non l’ammazzarono mentre attraversava la strada. Insultò l’automobilista che come al solito fece finta di nulla e poi imboccò il vialetto che l’avrebbe portata all’unico ingresso sicuro al cortile della casa del suo amico. In pochi minuti fu davanti alla porta sul retro che, come si aspettava era aperta. Entrò, sempre con circospezione, e iniziò a salire le scale.
“Amico – pensò – potevi anche abitare più in basso, non ho più il fiato di un tempo…”

La casa del vecchio Flachi era molto ordinata. Era però ridondante di cimeli e paccottiglia varia. C’era per fino una foto di re Vittorio Emanuele con dedica. Vi erano soprattutto immagini di una donna, ai tempi in cui la sua bellezza era all’apice. Nemmeno una foto di lei da vecchia.
Suor Platania aveva la sensazione di violare un santuario. Prese in mano un’antica cornice di finto argento. La foto in bianco e nero mostrava un ragazzo dal fisico atletico, in divisa, abbracciato a una giovane dall’aria felice. Ai loro piedi un pastore tedesco stava accucciato scrutando un punto fuori dalla cornice.
Quel quadretto la colpì. Non aveva mai dubitato del fatto che Dio fosse l’unico giudice e che ogni sua decisione fosse giusta; in quel momento, però, il raffronto tra quello che la coppia della foto era stata e ciò che era adesso la vita del povero Sig. Flachi fece scorrere come un ombra sulla sua fede nella giustizia divina; sentì un impellente bisogno di uscire da quella casa che puzzava di morte…di uscire e andarsi subito a confessare. Prese dall’armadio vecchio e cigolante alcuni abiti e un pigiama che era ancora chiuso in una confezione regalo. Dentro vi era uno scontrino che portava la data del 1981.
“Forse è l’ultimo regalo che lei gli ha fatto”. Una lacrima di tristezza rigò la giovane pelle del viso di Suor Platania. Quella fastidiosa ombra si fece ancora più oscura e incombente.

Quando chiuse dietro di se la porta si sentì come appena svegliata da un incubo. Quando si voltò per andar via si arrestò impietrita. Un grosso cane spelacchiato e dall’aria malaticcia stava piazzato tra lei e le scale, mostrando una sbavante fila di denti. L’odio che fuoriusciva dagli occhi di quell’animale le ricordò i racconti della sua infanzia, coi lupi cattivi e i draghi. Per un attimo pensò di essere di fronte a Cerbero in carne e ossa.
“Bu…buono” azzardò, ma il cane non si mosse. “Come ti chiami?” chiese allungando la mano libera, per cercare di rassicurare la bestia. Intanto roteava la testa in cerca di una via d’uscita. Era al quinto piano e sia l’accesso alle scale che quello all’ascensore era bloccato dal suo avversario. L’altra porta del pianerottolo era desolatamente chiusa; non c’era anima viva, del resto a quell’ora la gente lavorava. Valutò la possibilità di rifugiarsi nell’appartamento del suo paziente, ma non sarebbe riuscita a riaprirne la porta in tempo. Il cane latrò violentemente e si scagliò verso il sacchetto che lei portava nella sinistra. Lo addentò con furia e lo ruppe, estraendo il pigiama e i pochi effetti del Sig. Flachi.
“E’ rabbioso” pensò.
Il cane, invece che strappare a morsi gli abiti, li depositò con dolcezza a terra e vi si accucciò sopra, ululando verso le scale, quasi chiamasse qualcuno.

Lentamente, Platania comprese: “Sara?”
Il cane abbaiò. “Sei tu, Sara, vero?”
Si avvicinò con cautela accarezzandone il pelo stopposo;
“Vuoi il tuo padrone, vero?”
Il cane emise qualche ringhio, poi però si rilassò e le leccò il viso. “Vieni con me, bella”

“Nemmeno per idea”. La Superiora aveva il tono di voce di chi non ammette repliche.
“Lo farà star meglio”. Platania sembrava recitare un Salmo, mentre tentava di convincere l’austera e non più giovanissima Consorella.
“Se tutti i poveracci che abbiamo qui portassero animali, Villa Charitatis diventerebbe uno zoo”
“Si potrebbero incontrare in giardino: il cane è randagio, di notte tornerebbe al suo vicolo.”
La Superiora addolcì lo sguardo. “E sia. Ma, dimmi, perché quel vecchio merita cure particolari?”
“Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa, come lui. Forse se qualcuno lo avesse aiutato, sarebbe ritornato. Cristo, forse non ci insegna la carità verso i bisognosi?”
“Hai ragione, ma spesso siamo troppo induriti dalla vita per ricordarcene”.
“Madre Superiora?”
“C’è qualcos’altro che devi dirmi?”
“Si. Ho peccato”
“Cosa hai mai potuto fare, tu che sei tanto buona e generosa?”
“Oggi, vedendo la casa di quell’uomo, le sue cose, era come essere in un museo di desideri andati in fumo. In quel momento, al mia fede ha vacillato e mi sono chiesta come Dio possa illudere gli uomini così, e poi distruggere i loro sogni.”
“Non è Dio a illuderci. Nessuno è in grado di capire perché Egli agisca così, nemmeno il Papa, forse nemmeno i Santi. Noi, però dobbiamo accettare tutto quello che ci viene dato. Ricordo un’anziana signora che abitava nel mio paese, quando ero piccola, un bel po’ di anni fa. Era atea, una merce rara per quel tempo, e con astio ripeteva sempre: Il Signore decide e l’uomo si adegua. Questa frase, letta nel modo giusto ha un suo fondo di verità: ciò che Dio decide è sempre il meglio, l’uomo deve credere che sia così, anche se sul momento sembra un avvenimento triste, perché Lui vede più lontano, il suo Occhio non è distratto dal presente, ma è sempre concentrato sul futuro”.

Nel cortile Sara riabbracciò il suo amico. Parlarono del più e del meno e, mentre lui l’accarezzava, lei lo leccava gioioso, anche il male all’anca era scomparso.
Il Sig. Flachi era di nuovo felice: Sara era lì, la sua Sara.
Si alzò e camminò con lei, nonostante l’ingessatura. “Riportami il bastone”. Ora nulla gli avrebbe impedito di tornare a casa dall’Africa. Abbraccio Sara e Sara si avvinghiò a lui, latrando di gioia.
Fu così che, qualche ora dopo, Suor Platania li ritrovò. Abbracciati l’un l’altro nel rigido amplesso della morte. Il vecchio era steso per terra; forse era caduto e Sara gli si era accucciato accanto, per l’ultima volta.
Solo allora, la buona suora si accorse che il randagio, in realtà, era un maschio. Un maschio di nome Sara.
Il Signore decide e l’uomo si adegua disse tra se mentre, piangendo, correva a dare l’allarme.

AUTORE – GABRIELE

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