L’ANTRO PIU’ ANTICO

1
Era notte. Gli alberi si ergevano imponenti, inarcati sulla strada e sull’Argentaroggia che s’inoltravavano improvvisi sotto i loro rami frondosi. I tronchi erano grigi al pallido lume delle stelle e le foglie fremevano con un tocco di giallo maggese. Novilunio si avvicinava e la notte era scura e ventosa. Guardò verso occidente scorgendo l’opprimente profilo delle montagne dove, a poco più di cinque leghe di distanza, si aprivano i cancelli di Moria.
Ainulin il Grigio soppesò la possibilità di entrare Khazad-dum. Quale emozione sarebbe stata poter sondare, primo elfo dopo molte lune, i segreti dell’Abisso. Non aveva, però, tempo; in più gli risuonavano ancora nelle orecchie le parole che la Dama aveva sussurrato, quando era andato ad accomiatarsi da lei, prima di lasciare Lorien.
“Ricorda Celebrimbor e i suoi anelli; ricordati come il Nemico lo ingannò, promettendogli la conoscenza e poi lo uccise. La conoscenza è importante, ma senza saggezza, è la prima catena che ti lega all’ombra”
“Lo so, mia signora. Però per la prima volta dopo quarant’anni ho notizie certe di mio padre. Ti prometto che tornerò in tempo per prendere parte alla battaglia, se Sauron dovesse muoverci guerra”
Lei lo aveva guardato con gli occhi colmi di tristezza, come se fosse sicura che lui non sarebbe tornato.
“So che non puoi fare a meno di andare. Buona fortuna”
Ora lui era accampato poco fuori dal sentiero e stava osservando la sgualcita pergamena che un uomo di Gondor, ucciso dagli orchetti quasi un mese prima, mentre cercava di raggiungere il Bosco d’oro, aveva in una bisaccia. Era morto stringendone l’involucro di legno intarsiato, quasi che il contatto con esso avesse potuto mutare la sua infausta sorte. Era strano come gli uomini fossero in grado di investire semplici oggetti di un’importanza intrinseca totalmente simbolica. Come doveva essere complessa la loro mente, come vuota la loro esistenza, se per riempirla, erano costretti a simili proiezioni mentali. Non era riuscito a sapere chi era quell’uomo né come era venuto in possesso di quel documento. Chissà se egli ne conosceva il contenuto. La pergamena era scritta in elfico antico, con rune vergate da una mano gentile. In parte era iLleggibile ma inequivocabilmente si riferiva al tesoro che suo padre aveva cercato per tutta la vita.

[…] la tomba in fondo alla roccia […] i servi dell’ombra adoranti […] Melkor, la cui furia sarà presto […]

In fondo vi era un appunto scritto in quenya meno arcaico, con il sigillo della famiglia di Ainulin.

“Vieni, o figlio dove l’Abisso è più fondo ed inaccessibile. Io ti aspetterò”

Aveva creduto che suo padre fosse morto, ucciso dalla sua sete di sapere, dal desiderio di salvare la propria gente. Ora aveva una traccia.
Non c’era alcun riferimento preciso al luogo in cui la tomba si trovava, ma Ainulin aveva dalla sua i racconti e le informazioni che per secoli la sua famiglia si era tramandata. Per generazioni la ricerca di quel tesoro, l’unico in grado di offuscare tutte le scoperte e le conoscenze della Terra di Mezzo. Forse questa brama non era degna di un elfo. Questa era l’opinione che molti Priminati avevano della famiglia di Ainulin. Spesso i suoi avi si erano scontrati con i propri simili, ma nessuno era mai riuscito a distoglierli dalla ricerca della verità.
Mangiò il pan di via e si riposò, studiando attentamente le carte in suo possesso. L’Antro più Antico si doveva trovare nascosto da qualche parte nell’enorme sistema di cunicoli in cui era scavata Moria. Essendo un antro più antico della terra stessa (come aveva trovato in un racconto epico elfico, probabilmente la traduzione scritta di un racconto orale risalente alla fine della Prima Era) supponeva che si trovasse nelle zone più profonde di Moria, se i nani, pur scavando tanto da liberare il Flagello di Durin, non lo avevano mai scoperto. Secondo i suoi studi avrebbe dovuto trovare una lapide, alle sorgenti del Nimrodel. Da li sarebbe partito. Più di tutto una cosa lo turbava. “io ti aspetterò”, aveva scritto il padre chissà quanti anni prima. Era ancor vivo? O la ricerca gli era stata fatale come a tutti i suoi avi? Come avrebbe voluto poter parlare col portatore della pergamena! Perché la morte aveva tranciato l’unico esile filo che lo univa al padre?
Quando la mezza notte era passata da qualche ora udì dei fruscii nella boscaglia. Si avvolse nel manto elfico e si nascose nella macchia. Il cielo era limpido e il freddo pungente. Sarebbe potuta essere una perfetta serata per cantare e suonare sotto le stelle.
Presto un drapello di orchetti transitò vicino al luogo in cui si era nascosto. Erano cinque. Non facevano il minimo tentativo di nascodere la loro presenza. Evidentemente erano sicuri di non correre rischi e questo poteva significare solo che ce n’erano molti altri. Accantonò quindi l’idea di un attacco a sorpresa. Si risolse a rimanere nascosto. Del resto quella aveva tutta l’aria di una battuta di caccia ed era difficile che a Khazad-dum sapessero di lui. L’Occhio del Nemico era rivolto lontano e la sua mente forse ignorava perfino l’esistenza dell’Antro (o almeno così sperava). Ainulin però sapeva che il Portatore dell’Anello con un gruppo di valorosi stava marciando verso Mordor e si diceva che avrebbe fatto tappa a Lorien. Non era da escludere che gli intrepidi viandanti avessero attraversato le montagne passando per Moria. Questa poteva essere la causa dell’inaspettata attività dei malvagi abitatori delle montagne. A meno che Sauron non avesse accelerato i tempi dell’attacco. Decise di avvicinarsi di più al nemico per cercare di carpirne le intenzioni. Quasi invisile, nella luce lunare, si avvicinò, muovendosi silenzioso come un gatto, tra le fronde. Due orchetti si erano attardati ad osservare delle impronte.
Ainulin era in grado di comprendere, in parte, la loro orrida favella.
“Credo che ormai siano lontani” – disse un grosso orchetto pesantemente armato.
“Comunque non possiamo spingerci troppo vicino a Lorien”
“Ci penseranno gli altri, alla Torre”
“Già. noi abbiamo fatto la nostra parte: lo Stregone ha avuto il fatto suo”
Il gruppetto continuò ad esplorare i dintorni, annusando l’aria come segugi, Ainulin decise che un’attacco era inutile: la Compagnia dell’Anello era già passata e probabilmente il portatore era al sicuro nel Bosco d’oro. L’elfo si mosse facendo attenzione a non fare il minimo rumore, rimanendo sottovento per nascondere ogni possibile odore. Si arrampicò su un’alberò, e li si preparò a trascorrere l’ultima parte della nottata. Quello era il tempo dell’attesa, non della lotta.
Dal suo nascondiglio l’elfo osservò i cinque immondi orchetti raggiungere un gruppo più vasto e risalire il Celebrant verso i Canceli di Moria. Rifletté sulle parole che il grosso orchetto con l’ascia aveva pronunciato poco prima. Lo Stregone non poteva essere che il famoso Gandalf, il membro del Bianco Consiglio. Cosa poteva essergli successo? Nessuna orda di orchetti avrebbe potuto impensierire il portatore di Narya, un solo nome rimbombava miaccioso nella mente di Ainulin: Balrog. Solo il Flagello di Durin sarebbe stato in grado di lottare alla pari con lui, a Moria. Ciò nonostante Ainulin non poteva credere che lo Stregone fosse morto. Lo aveva conosciuto anni prima a Gran Burrone e aveva visto nei suoi occhi la potenza della luce e del fuoco. No. Non poteva essere morto. Intonò sommessamente un antico canto elfico, in quenya. Parlava di Nimrodel ed era molto triste; ben si addiceva al suo stato d’animo. Guardò ad oriente e percepì l’oppressiva potenza dell’ombra che si allungava sulla Terra di Mezzo. Vide, però, anche il piccolo e caldo involucro di luce che era sotto l’influsso di Galadrier.
La mattina Ainulin si mise in movimento molto presto. Era una giornata cupa e il cielo era carico di pioggia. Una leggera nebbiolina avvolgeva gli alberi. Calcolava che ci volesse un’intera giornata per inerpicarsi fino alle sorgenti del Nimrodel. Costeggiò il fiume tenendosi, fin quando potè, al riparo della macchia. Gli orchetti difficilmente sarebbero usciti allo scoperto di giorno ma non erano l’unico pericolo nella zona. Man mano che il sentiero saliva e il fiume diventava sempre più simile a un torrente impetuoso, la vegetazione si diradava. In cielo poteva veder volteggiare qualche rapace. Quando il freddo sole invernale raggiunse la massima altezza nel cielo, l’elfo si fermò e consumò il lembas. Ormai le montagne erano vicine ed opprimenti, con nubi scure ad incoronarne le cime. Ma Khazad-dum era silente e lui decise di affrettare il passo. Dopo un’ora di cammino il suo occhio esperto non potè fare a meno di cogliere le impronte di un essere piccolo di statura, impresse nel terreno sassoso. Portavano fino a una macchia di vegetazone a una trentina di metri dal sentiero. Il fiume ruggiva alle sue spalle mentre lui, impugnando il pugnale di mithril si avvicinava alla vegetazione. Quella lama si accendeva di luce in presenza di orchetti e questa volta era opaca.
A un tratto una creatura bassa e tozza, ingabbiata in una pesante corazza, uscì dalla macchia roteando un’ascia a doppia lama e urlando frasi a dir poco sconce in una lingua che l’elfo aveva imparato in un viaggio ormai dimenticato, con suo padre, ad Erebor.
Un nano.

2
“Pace a te figlio di Aule”
“Non ci sarà pace, finché Khazad-dum non sarà riconquistata; via dalla mia terra, orecchie a punta”
“Sbagli. Piccolo amico – gli rispose con sarcasmo – i Cancelli sono più a nord”
Come punto sul vivo il nano reagì con stizza.
“Vattene. Tutta la montagna è nostra e quello che c’è sepolto. Via traditore dei Naugrin”
“Dimmi il nome di colui che osa frapporsi tra un Noldor e la sua missione!”
“Sono Angruk, figlio di Drain che combatté la battaglia dei Cinque Eserciti, elfo. Ho lasciato il regno sotto la montagna per venire qui e riconquistare Khazad-dum”
“Come puoi riuscire, solo contro le orde di Mordor e il Flagello di During?”
“Presto la mia gente accorrerà al mio richiamo”
“Presto anche la tua gente sarà impegnata contro Sauron, non ci sarà tempo per Moria.”
“Khazad-dum non verrà mai dimenticata. Io attenderò la mia gente, tu, elfo tornerai da dove sei venuto”
“Non posso. Ho una missione. La vita di un mio simile e l’onore della mia stirpe dipendono da me. Non fallirò. Per fermarmi dovrai uccidermi.”
“Non aspettavo altro invito”
Si lanciò su di lui fendendo l’aria con la pesante ascia. Era agile, nonostante la corazza. Ainulin evitò per un soffio la lama. Doveva pensare velocemente: non voleva uccidere il nano che, pensava, doveva essere uscito di senno. Non poteva però perdere tempo con lui, lì allo scoperto in una zona infestata da lupi ed orchetti. Avrebbe preferito non usare la gemma per non rischiare di mostrare la sua presenza. Non c’era però tempo. Toccò il gioiello scarlatto, che gli stessi orafi autori degli anelli del potere avevano forgiato per un suo avo, e si sentì avvolgere dal suo rassicurante calore. Sentì Angruk gridare “maledetto stregone”, poi il nano cadde a terra stordito. Ainulin lo trascinò dietro gli alberi da cui era sbucato. Mentre stava per uscire, i suoi sensi, enormemente potenziati dal potere della gemma, percepirono sette orchetti di pattuglia. Stavano risalendo il sentiero, diretti forse a qualche avamposto, dato che l’ingresso dei Cancelli era molto lontano. Sarebbero arrivati in pochi minuti. Si nascose, tenendo sempre d’occhio il nano, che avrebbe ripreso i sensi entro poco tempo.
Erano grossi orchetti armati fino ai denti. Non mostravano alcuna paura della luce, quindi dovevano essere i temibili Uruk di Sauron, sebbene non gli risultasse ce ne fossero da quelle parti. Si misero a fiutare l’aria come bestie e a scrutare il terreno. Le sue impronte erano molto difficili da individuare, ma quel nano pazzo non aveva fatto nulla per passare inosservato. Notarono subito che c’era qualcosa di strano. Se avessero chiamato rinforzi sarebbe stata la fine. Estrasse l’arco, si concentrò sulla gemma e si preparò a ucciderli. “Un amante della conoscenza non dovrebbe mai ricorrere alla violenza – si disse – ma stavolta non posso farne a meno. Temo che prima di trovare l’Antro più Antico, altre volte dovrò affidarmi alla forza piuttosto che alla ragione: giorni tristi sono questi”
La prima freccia centrò la gola di un orchetto che cadde senza emettere suoni. Poi Ainulin, aiutato dalla gemma, corse come un fulmine appostandosi senza essere visto in una macchia poco più a monte della prima. I sei nemici rimasti si buttarono sul cespuglio urlando e imprecando. Solo allora l’elfo realizzò di aver condannato a morte il nano, inerme nelle braccia del nemico. Si maledisse per la distrazione e scoccò di nuovo; un altro orchetto cadde in una pozza di sangue. Stavolta cambiò posizione più lentamente, in modo da farsi vedere, distogliendo così gli assalitori dal nascondiglio di Angruk. Due nemici gli furono sopra e l’elfo li investì col caldo potere di Talos, la sua gemma scarlatta. I due si consumarono come tizzoni in un camino. A quel punto, però la lama di un altro assalitore lo colpì a una mano. Il dolore fu forte, gli cadde l’arco e si deconcentrò. Il freddo dei monti lo avvolse di nuovo e i due restanti orchetti gli furono sopra. “Valinor, sto arrivando” pensò, prima di udire il feroce grido di battaglia di Angruk, il nano. La testa dell’orchetto che lo aveva ferito e che stava per maciullargli al faccia con la scimitarra, volò a terrà tra schizzi di sangue. L’ultimo orchetto si volse con rabbia verso il nano che parò il colpo con l’ascia; i due si scambiarono alcuni fendenti. Ainulin potè vedere la maestria con cui il nano maneggiava la pesante arma. Poi l’orchetto sbagliò la misura di un’affondo e l’arma del figlio di Drain affondò mortalmente spaccandogli corazza di cuoio e cassa toracica.

3

Molti minuti di salita dopo, Ainulin ruppe il silenzio. “Grazie, Angruk della montagna”
Si era medicato la ferita alla mano con alcune foglie di darsurion. Non era profonda ma faceva male; spesso era costretto a tenere la mano protetta sotto il mantello, per non sentire i venti gelido sulla ferita.
“Quella razza immonda merita di essere sterminata. Poi tu ti sei mostrato valoroso e hai rischiato la vita per distogliere il loro attacco dal mio nascondiglio.”
“Perchè, mi stai seguendo?”
“Perché questa montagna appartiene alla mia razza. Io ho giurato sulla tomba di mio padre di custodirla fino a quando mio il popolo verrà per riconquistarla. Non mi piace che uno stranieo, sebbene valoroso, si aggiri per questi sentieri con un oggetto degno di uno stregone. Voglio controllare quello fai. Dimmi, però qual’è il tuo nome?”
“Sono Ainuln, figlio di Lemas. Mio nonno Ainulin il Solitario conobbe Durin il Senzamorte. Devo ritrovare mio padre, o forse la sua tomba, sepolta nell’Antro più Antico, la dove il Nimrodel ha le sue fonti. La troverò la verità e potrò spazzare via dal mio popolo la più grande delle infamie.”
“Non so di cosa stai parlando, Ainulin nipote del Solitario. Però ti accompagnerò fino alle sorgenti del fiume. Dove, se le nostre leggende raccontano il vero, si erge una pietra più antica della terra stessa: non voglio lasciarti aggirare impunemente per le gallerie che mi appartengono.”

Ormai l’impervio sentiero si era fatto poco più di una traccia tra le rocce brulle; il fiume ruggiva carico di giovane vigoria e la fredda sera invernale stava scendendo a coprire i Monti Brumosi. Il cielo si era annuvolato, né luna né stelle rincuoravano il viandante.
“Sarà una notte buona solo per i Warg” disse Angruk cupo.
“E’ meglio cercare un rifugio per la notte”
“Tranquillo, orecchie a punta, questi sono i miei monti. Seguimi.”
Lo portò fuori dal sentiero, dove un costone di roccia sporgeva come un grosso dito rivolto al cielo. Sulla sommità, dissimulato da arbusti e sassi, c’era l’ingresso di un cunicolo.
Il nano entrò senza fatica, mentre Ainulin dovette strisciare.
“Voi elfi siete costruiti senza logica: a cosa mai potrà servire essere così alti?”
Ainulin sorvolò sul commento e si accomodò (si fa per dire) sulla dura roccia.
“Come facevi a sapere di questo nascondiglio?”
“Serviva alle carovane di mercanti, come rifugio. In origine c’era una porta di pietre, chiusa da un sortilegio come quello che nel cancello orientale fu inciso da Celebrimbor”
“Dite, amici, ed entrate” – confermò Ainulin.
“Già. Che tempi erano quelli”
“Torneranno. Quando l’ombra sarà sconfitta”
“Troppe piaghe segnano i corpi delle nostre stirpi. L’ incomprensione aleggia tra noi. Non sarà facile tornare all’antica amicizia”
L’elfo rimase in silenzio senza rispondere. Quel nano un po’ pazzo aveva ragione. In anni di guerre e distruzioni il seme della discordia era attecchito ai quattro angoli della Terra di Mezzo. Non sarebbe stato facile estirparlo.
“Dimmi, Angruk, perché non hai risposto alla mia domanda?”
“Quale?”
“Come hai fatto a scovare questo posto. La porta era ostruita e, a giudicare dalla polvere e dalle ragnatele, questo luogo deve essere abbandonato da decenni.”
“Fermo, elfo. Vuoi sapere troppo sulle mie montagne. Ti basti sapere che Angruk non dorme mai all’aperto nella terra dei suoi padri” – abbozzò un sorriso sghembo che si tramutò in una grassa risata che gli fece fremere la monumentale barba.
Ainulin guardò il grosso antro, che una volta doveva essere stato arredato con letti di legno e armadi, forse pieni di provviste. Ora tutto era sfasciato, piatti e botti di birra rotte giacevano in fondo alla stanza. Il camino era ostruito da ragnatele e calcinacci. Vi erano state iscrizioni sulle pareti, ora la maggior parte di esse era illeggibile.
“Anche in questo posto si vede la gloria passata della mia gente” la voce del nano era carica di tristezza.
Angruk estrasse dalla bisaccia carne salata e la offrì all’elfo insieme ad un sorso d’acqua.
“Accetto volentieri l’acqua mio piccolo compagno di viaggio. Spero di non offendere la tua ospitalità se rifiuto la carne secca. Ho con me del pan di via. Permettimi di offrirtelo”
“Il tuo cibo è famoso, orecchie a punta, ma preferisco consumare la mia carne.”
Parlarono poco, fuori iniziò a piovere. Un vento gelido penetrava dall’apertura della caverna. Ainulin usò la gemma per scaldare la stanza. Sebbene vedessero entrambi perfettamente al buio la luce rossa del gioiello rassicurava la mente in quel posto isolato e pericoloso.
“Quanto manca alla sorgente?”
“Poco. Lasciami dormire. Noi nani ne abbiamo bisogno. Per mezzogiorno sarai alla tua lapide.

4

L’indomani quando Angruk si svegliò Ainulin era già in piedi. Fuori la pioggia aveva ceduto il passo alla neve. L’elfo tradiva grande preoccupazione.
“Non arriveremo mai alla sorgente, con questa tormenta”
“Chi ti dice che ci arriveremo passando dall’esterno, seguimi”
Lo condusse sul fondo della grotta. Esaminò la parete, finché non trovò una fessura dove introdusse la mano. Dopo un po’ si sentì uno schiocco; una porta si aprì nella roccia. Solo allora Ainulin notò il cadavere mezzo mummificato di un uomo, trafitto da una raffica di piccoli dardi.
“Una trappola ben costruita”
“Fatale, per chi non conosce la sublime arte dei suoi costruttori”
La porta si apriva su un cunicolo scavato nella roccia. L’odore di vecchio e di chiuso era penetrante.
“Vado avanti io – disse il nano – questa galleria è antica e probabilmente alcuni punti sono crollati. Ci saranno molte insidie. Metti i piedi esattamente dove li metto io.”
La galleria doveva esser sembrata ampia e ariosa ai suoi costruttori ma ad Ainulin mancava l’aria. Scendeva nei meandri della montagna, alternando scale a rampe. La muffa e le ragnatele coprivano le fessure per d’areazione. Il terreno era in vari punti inumidito dalle infiltrazioni d’acqua provenienti dalle nevi disciolte. L’aumento costante dell’umidità e del muschio fece supporre all’elfo che stessero passando nei pressi del corso del fiume.
“Stiamo passando sotto il fiume” – gli disse Angruk – “tra qualche ora saremo sotto le sorgenti”.
A un tratto il nano vacillò. Avevano appena imboccato l’ennesima rampa in salita, Ainulin sentì il sordo schiocco di un legno che si stava spezzando. Angruk urlò, mentre la gamba affondava in un’asse marcia del rivestimento del pavimento.
Ainulin fu veloce come un fulmine e prese al volo il nano, issandolo dove l’appoggio era più saldo.
“Non è possibile, le assi di legno servivano solo per rendere meno scosceso il terreno: sotto deve esserci la roccia.”
“Aspetta” – Ainulin si era affacciato sul buco dove il suo piccolo compagno aveva rischiato di cadere. La sua vista elfica, aiutata dal potere della pietra, gli mostrò un’enorme caverna naturale, dove un lago sotterraneo dormiva un sonno indisturbato da anni. In mezzo al lago vi era una grande colonna di roccia che si ergeva verso il soffitto a volta della caverna. L’elfo lanciò un sasso che toccò terra dopo parecchi secondi. – “E’ un passaggio segreto”
Anche Angruk si era avvicinato. – “Impossibile: nessuna leggenda parla di un posto simile. Sembra quasi un tempio”
“Ci sono poteri più antichi della stessa Terra di Mezzo”
“Vuoi scendere, vero?”
“Puoi scommetterci. Non so se sia questo l’Antico Abisso, ma sicuramente Ainulin il Grigio non lascerà la tua montagna prima di aver esplorato questa caverna”
“E tuo padre?”
“Mi ucciderebbe se sapesse che il mio interesse personale ha avuto il sopravvento sulla ricerca della verità”
“Strana stirpe di elfi, la tua”
“Mi aiuterai?”
“Certo. Non posso permettere che esista una galleria inesplorata in questa montagna” stavolta il nano rise fragorosamente.
Angruk prese il piccone e ingrandì il passaggio. Poi si consultarono su come fare a scendere.
“E’ troppo alta e non si vede bene se la parete offre appigli”
“Non possono aver messo un passaggio segreto, senza che ci fosse la possibilità di scendere”
“Non un passaggio segreto. Secondo me la galleria aveva una specie di doppio fondo, guarda”
In effetti il foro che avevano provocato aveva aperto la sezione di un condotto. Le assi di legno erano posizionate a una spanna dall’antico fondo a u della grotta, sorrette da mattoni posizionati ad intervalli regolari; questo creava una sorta di tubo, forse uno scarico per l’acqua. Ciò avrebbe potuto spiegare lo stato di marciume e l’umidità del pavimento. Evidentemente chi aveva scavato la galleria non si era accorto che la roccia, su cui poggiava il pavimento di legno, era molto sottile. Il tempo l’aveva fatta cedere in più punti.
“Strano. Sembra che l’intera grotta sia sul punto di implodere su se stessa”
“Forse il soffitto non è naturale. E forse è antichissimo”
“Questo non risolve il problema: come si fa a scendere?”
“Questo condotto è troppo grossolano per essere opera nostra. Queste gallerie non le abbiamo scavate noi, quindi se quello è un tempio, da qualche parte avrà un’entrata. Secondo me, basta cercare di avvicinarsi a quella grande colonna di roccia: che io non sia più un minatore se quella cosa non è artificiale”
“Hai ragione. Ma come facciamo”
“Seguimi”
Angruk partì come un razzo, quasi che l’emozione della scoperta avesse spento in lui ogni prudenza. Batteva con l’ascia la roccia, ascoltando con l’orecchio ogni suono strano. Ad un tratto inciampò e cadde fragorosamente a terra in un concerto di imprecazioni e rumori di ferro contro la pietra.
“Ormai anche Sauron avrà sentito il baccano che fai” disse l’elfo, non riuscendo a trattenere un sorriso.
“Taci, orecchie lunghe. E aiutami: guarda.”
Ainulin rimase sbigottito. Il nano reggeva un frammento di manto elfico; era lacero ma l’elfo sentiva che si trattava della prima prova evidente del passaggio di suo padre.
“E’ sua. Lo sento”
“Di tuo padre?”
“Si”
“Come fai ad essere così sicuro?”
“Lo so.”
“Tuo padre non poteva conoscere l’ingresso di questo cunicolo alle sorgenti del fiume. Potrà aver trovato al massimo la stele; l’ingresso è troppo ben celato.”
“Non sottovalutare….aspetta. Proseguendo per questa galleria si arriva alle sorgenti del fiume, e alla lapide di cui mi parlavi?”
“Si”
“La lapide parla dell’ Antro più Antico?”
“Dice qualcosa in proposito, se quello che dicono i bardi è vero”
“E’ molto lontana?”
“No. Un’ora, forse meno, dipende dal tuo passo. Dovremo salire, passare sotto il corso del fiume altre due volte, la galleria piega all’interno, qui siamo ancora verso il bordo della montagna…”
Angruk si arrestò, come folgorato “Ora ho capito dove vuoi andare a parare. La stele può ben essere la punta emergente di quella colonna di roccia. La posizione può coincidere, più o meno.”
“Presto. Portami alle fonti del Nimrodel”
Accelerarono il passo. La galleria ormai risaliva con costanza e Ainulin poteva quasi percepire la fragranza dell’aria pulita che veniva dall’esterno; presto avrebbe lasciato il freddo buio della caverna, presto sarebbe riemerso alla luce del sole. Oh sole che rischiari la Terra di Mezzo, perla di questo cielo che molti elfi preferirono a quello di Valinor.
L’attacco giunse quando ormai potevano udire distintamente il forte srosciare del fiume sopra di loro.
“Ci siamo quasi” aveva urlato Angruk prima di essere investito da una grossa ombra scura.
Troll.
Possibile che ce ne fossero in quella zona? Ainulin non si permise il lusso di pensare un secondo di più e usò la pietra.
Il gioiello rimase inerte nelle sue mani.
“No!”
Sentì il nano urlare di sfida, mentre teneva a bada il mostro, roteando l’ascia minacciosamente.
Ainulin, ancora stordito dalla sorpresa per il fallimento del suo incantesimo, si gettò su quella creatura; affondò il pugnale, ma colpì il nulla. La lama si sciolse e un gelido formicolio avvinghiò il suo braccio.
Spettro.
Una grossa mano informe cadde sull’elmo di Angruk, fracassandolo. Il nano cadde a terra urlando e vomitando sangue. Ainulin fu sfiorato da quell’essere e sentì il freddo pervadergli il corpo. Il torpore lo avvolse e la vista si appannò. Pensò alla splendida Lorien e all’elfa che aveva sempre amato. Narmroel, tanto simile nel nome alla Nimrodel dell’antica ballata. Come questa, anche lei triste, in attesa del ritorno del suo promesso. “Mi spiace di averti abbandonata, non avevo scelta; perdonami”

5

Le stelle si alternavano al sole in un infinito rincorrersi. Aveva sete e freddo e caldo insieme. Non sapeva dov’era; era ramingo nella sua stessa mente. Ricordi mozzati si accavallavano tra loro; quasi un secolo di vita speso ad inseguire la verità, gli ribolliva nell’anima come un torrente in piena. Non seppe mai quante volte riprese i sensi e quante li perse. A volte gli sembrava di non potersi muovere, quasi braccia e gambe non gli appartenessero più. In altri momenti si sentiva leggero, pronto a volare con gli uccelli. La sua anima era tormentata da un gelido demone; una sola sicurezza c’era nel delirio: era ancora vivo, se di vita si poteva parlare, in quella prigione d’ombra…

…O come era lontana la luce! Dove era finito? Sembrava che il mondo si fosse fermato, nulla aveva una forma. Il dolore si era attenuato, la sete era meno opprimente. Forse qualcuno gli aveva dato da bere, ma chi? Il nano, come si chiamava? Chissà se stava bene.
O Narmroel, luce dei miei occhi, non ti rivedrò più!…

I momenti di veglia si erano fatti più lunghi. A volte riusciva a concentrarsi sul luogo dove si trovava; poi però dimenticava ciò che stava vedendo. Di sicuro c’era qualcuno con lui. Una figura alta ma ricurva, avvolta da un mantello grigio e con un cappuccio in testa.
“Bevi. Ci vorrà ancora un po’, ma ne stai uscendo” Gli sembrava di conoscere la voce. Avrebbe voluto chiedere qualcosa al suo compagno ma la gola arsa da un fuoco freddo era incapace di emettere suoni.
Un giorno, chissà quale, riuscì ad alzarsi a sedere e a rimanere sveglio.
Si trovava in un rifugio costruito su un albero. Sotto di lui il Nimrodel era poco più di un ruscello. Il suo ospite si aggirava furtivo per gli aridi sentieri sottostanti…

“Stai meglio, vedo” la voce dell’umanoide incappucciato era ferma ma dolce.
“Chi sei?”
“Bevi”
L’infuso sapeva di erbe e lo fece piombare di nuovo in un sonno più calmo ma ugualmente popolato di incubi. In uno di questi il nano Angruk veniva divorato da un essere più nero della notte e lui, Ainulin, tentava di strapparlo dalle bavose fauci dell’animale; alla fine gli restava in mano solo la testa sfigurata del malcapitato, che lo apostrofava “Orecchie a punta, presto ci rincontreremo, nello stomaco della bestia”
Si svegliò del tutto dopo l’ennesimo incubo. In cielo una leggera foschia velava le stelle. L’aria invernale era gelida. L’incappucciato vegliava avvolto nel mantello grigio, quasi indistinguibile tra le foglie.
“Questo albero” – iniziò quasi parlando tra se – “è l’unico così grande che cresce a questa altezza. Si dice che Eru in persona lo piantò, per dimostrare che i suoi figli erano ancora da lui prediletti, sebbene la colpa di pochi li costringesse all’esilio”
“Cos’è successo? Cosa ci ha attaccati?”
“L’ho battezzata la Bestia dell’Antro più Antico”
“Cos’è?”
“Nessuna leggenda ne parla. Si è manifestata appena ho trovato l’ingresso dell’antro, sotto la stele”
“Sembra uno spettro”
“Non so cosa sia. Ma comunque è ancora la fuori. Ti avvolge tra le sue spire e ti succhia la vita come un ragno fa con la polpa di un insetto.”
“Aspetta”. Ainulin aveva avuto il primo ricordo chiaro di quello che gli era successo.”Che fine ha fatto il mio amico, il nano?”
“La Bestia lo ha preso” – l’incappucciato aveva un tono di voce piatto.
Ainulin rimase in silenzio. Povero, coraggioso Angruk. “Sei riuscito a seppellirne il corpo?”
“Non era il caso ritornare in quella galleria, con te qui ferito. Avevi bisogno di cure costanti. Il tocco di quell’essere ti aveva infettato l’anima. Soltanto la tua naturale resistenza elfica ai malefici ti ha salvato. Ho dovuto purificarti. Sei qua sopra da quasi sei giorni.”
“Sei giorni?”
“Si. Ti ho strappato dalle sue fauci e ti ho portato qui. Quell’essere immondo non uscirà dalla sua grotta. Credo sia una sorta di guardiano. Sono mesi che cerco il modo per liberarmene. Solo così potrò entrare nell’antro.”
“Sei tu ad aver lasciato quel frammento di manto elfico, nella galleria?”
“Mi sono strappato la mantella quasi un anno fa”
“Allora, sei tu, padre?”
“Si. Figlio.”
“Perché non ti sei subito rivelato a me?”
“Perchè la lunga ricerca mi ha profondamente mutato. In questi dieci anni ho visto luoghi e ho scoperto cose che perfino la mia mente assetata di sapere ha paura di ricordare. Il ricordo della luce di Lorien è lontano e sfumato. Mi vergogno molto per come mi sono ridotto, per come ho abbandonato i miei simili in questi anni di estremo pericolo. Speravo che tu non mi riconoscessi. Mi avresti creduto morto, sarebbe stato meglio così”
“Ma allora, perché mi hai mandato il messaggio?”
“Quale?”
“La mia bisaccia. Sei riuscito a recuperarla?”
“Eccola. La stringevi a te come un amuleto”
Ainulin ne estrasse il cilindro di legno e lo porse al padre. L’altro lo aprì; prese la pergamena e ne lesse il contenuto.
“Ormai disperavo di riaverla. Non era rivolta a te. Tuo nonno, Ainulin il solitario ritrovò questa pergamena quasi mille anni fa. Me la diede trecento anni or sono, quando mi affidò la ricerca. Alcuni anni fa mi fu rubata. E’ il destino che ti porta qui. Insieme, sento che porteremo a termine la ricerca.”
“Perchè non mi mostri il tuo volto padre?”
“Non sono cambiato solo nello spirito, figlio. Sei sicuro di volermi vedere?”
“Nessun cambiamento potrà rendermi insopportabile il tuo volto.”
L’altro si abbassò il cappuccio e il suo volto emerse tra le foglie, unica parte del suo corpo non mimetizzata. Lemas l’elfo aveva perso un occhio e l’intera parte destra della faccia era sfigurata. Il suo era il volto di chi aveva visto la morte in faccia in più di un’occasione. Si abbracciarono alcuni minuti, poi Ainulin chiese al padre di raccontargli quello che era successo in quei dieci anni passati dall’ultima volta che si erano visti, a Gran Burrone.
Lemas raccontò di come avesse vagato in cerca di indizi dai Cancelli di Mordor alla Contea. Raccontò dei piccoli Hobbit e di Tom Bombandil. A Tumulilande aveva trovato una chiave antichissima che in rune elfiche molto arcaiche recava la scritta “Abisso”. Era stato ad Angmar dove ancora vivo era il ricordo del Re Stregone. Lì aveva trovato documenti che parlavano della stele e delle fonti del Nimrodel. Per un po’ aveva avuto come compagno un certo Granpasso, un ramingo. Un tipo veramente strano, che dava l’idea di sapere molto più di quanto volesse mostrare. Alla fine era stato a Fangorn e lì aveva conosciuto gli Ent. Era stato nel tragitto tra la foresta e le montagne che un Warg gli aveva strappato via l’occhio.
Finalmente, dopo lungo penare e dopo essere stato derubato da un dunlandiano della pergamena del padre, Lemas era giunto alla stele. Aveva tradotto, grazie agli indizi recuperati ai quattro angoli della terra di mezzo, ma senza poter usare gli appunti del padre, le rune più antiche incise su essa. “Mi manca soltanto una parte del mosaico, grazie a questa pergamena che mi hai portato, forse capiremo come sconfiggere la Bestia.” Lemas raccontò di come trovò l’ingresso dell’Antro.
“Dapprima rinvenni l’entrata mal celata della galleria dove siete stati attaccati dal mostro. Pensai di addentrarmici un po’. Dopo qualche ora di cammino, ricordo di aver notato che le assi del pavimento della galleria cedevano. Così ne tolsi alcune e, con mia grande meraviglia vidi che la roccia sottostante era franata, mostrandomi l’enrome caverna. Ero così eccitato che tentai di calarmi giù. Per poco non precipitai. Fu lì che mi strappai la veste.”
“Anche noi abbiamo scoperto le assi malferme e la roccia franata”
“Allora avrai capito che l’ingresso doveva trovarsi sotto la stele.”
“Lo avevamo supposto”
“Infatti è così. Io però ci ho messo tre mesi per sciogliere il rompicapo. Stavo quasi per rinunciare quando fui attaccato da alcuni orchetti, probabilmente un gruppo che si era perso. Nella colluttazione uno di loro calò un fendente su un cespuglio che si trovava vicino alla stele e lo divelse. Quando li ebbi uccisi tutti, mi accorsi che tra il terriccio smosso, dove prima affondavano le radici di quella pianta c’era un pesante portello di metallo, con una serie di scritte incomprensibili e una serratura. Le uniche rune che riuscivo a comprendere erano proprio sulla fessura, ed erano uguali a quelle della chiave. “Abisso”
Infilai la chiave e l’antica porta girò da sola sui cardini. Fu allora che scorsi una scala a chiocciola senza fine che penetrava nella montagna a perdita d’occhio. Stavo per scendere quando la Bestia mi attacco. Non so ancora come mi salvai. Mi gettai nel fiume e l’acqua del torrente scacciò da me il fetore di quell’essere. Poi vagai giorni e giorni, in stato di confusione. Deliravo e credevo di morire, ma la voce di tuo nonno mi dava forza. Mi ci volle più di un mese per trovare il coraggio di riavvicinarmi. Da quel momento ho studiato ogni documento in mio possesso ma nessuno spiega come distruggere quell’essere.”
“Come pensi che la mia pergamena possa aiutarti? E’ quasi illeggibile”
“Ora vedrai. E’ ora che lasciamo il nido e andiamo a vedere l’ingresso dell’Antro più Antico.”
Lemas lo aiutò a scendere dal loro rifugio. Il cielo era di rame e faceva freddo. Un leggero nevischio riempiva l’aria di gelide stilettate. Ainulin era ancora debole ed aveva la nausea. Ma l’aver ritrovato il padre gli aveva dato una grande carica. Insieme ce l’avrebbero fatta.
L’enorme albero affondava le sue radici sulla riva del torrente, qualche centinaio di metri più sotto del punto in cui aveva subito l’attacco della Bestia. Risalirono il Nimrodel fino alle sorgenti, sopra di loro c’erano solo i ghiacciai. Ainulin osservò la sottile frattura nella montagna che costituiva l’ingresso della galleria segreta dei nani. Sembrava l’occhio bieco di qualche enorme animale morto. Pensò ad Angruk che aveva creduto che non ci fossero pericoli, per lui, tra le gallerie dei suoi padri. Il nano aveva detto che non era possibile scovare l’ingresso del passaggio, mimetizzato dalla sapienza degli avi. Su troppe cose il suo amico si era sbagliato. “Addio, Angruk il Pazzo” – disse tracciando sulla terra un simbolo propiziatorio – “che Aule accolga la tua anima”.
Il padre gli diede una pacca affettuosa sulla schiena e lo condusse alla stele.
Era un cono di roccia, consumato dal tempo, alto poco meno di un metro. Era inclinata come un’antica lapide, ed emergeva proprio dalle acque del fiume infante, ribollenti di gorghi. Sul lato che dava sulla riva, a terra, le mani del padre tolsero alcuni arbusti, rivelando la porta di ferro. Chiusa.
“L’ho richiusa, sperando di far tornare in letargo quella creatura. Ma ormai lei ha infestato questi monti, come prima di lei fece il Flagello di Durin. Queste montagne sono le tombe del passato: chissà quanti altri misteri e quante altre storie tristi celano!”
“E la sua prima vittima è stato un nano. La storia si ripete.”
I due si avvicinarono alla lapide. Era scritta in rune antichissime, che, partendo dalla punta smussata scendevano a spirale, tutt’intorno alla stele, fino al terreno. Attraverso le limpide acque del Nimrodel si vedeva che le scritte proseguivano ben al di sotto del terreno.
“Secondo me la stele è tutta coperta di scritte. La parte che si vede contiene una serie di formule religiose molto arcaiche, più simili a riti magici che a preghiere. Vedi queste scritte più nuove, fuori della spirale. Sono in lettere feanoriane. Sono aggiunte fatte in epoche storiche. E’ Quenya e, come puoi vedere, parla di qualcuno che trovò le sorgenti e la stele. Si fa riferimento all’antro ma non all’ingresso. Quindi non è detto che si parli dell’Antico.”
“Angruk diceva che la stele parlava dell’Antro.”
“Del resto è logico. I nani stanno esplorando queste montagne da secoli. Non credo che noi siamo stati i primi a imbatterci nell’Antro.”
“Forse in tutti questi casi la Bestia è stata liberata. Poi è tornata a dormire.”
“Se ne parlerebbe, nei libri. Secondo me ci sfugge qualche collegamento tra quest’essere e l’Antro.”
“Andiamo per ordine. Cosa dice, la stele.”
“Te la potrei citare a memoria, ormai. Ma tremo al solo pensiero di recitarla a voce alta. Leggi questa pergamena: è il frutto di un anno di lavoro. Ho tradotto tutto quello che ho potuto, servendomi dei documenti e dei racconti orali più antichi di questa terra. La mia è un’interpretazione. Molte frasi ti sembreranno oscure, ma credo che la chiave di lettura sia questa.

Tombe scure, forse buie. Aprite o voi che le avete costruite.
Melkor signore dei morti. Adoriamo il signore dei morti. La tua tomba o Morgoth sarà la nostra casa. Ciechi, soli e curvi ti avremo nostra guida.
Apri la strada per Valinor e tuo sarà il trono degli Dei.
Dall’ombra dove ci scacciarono noi torneremo.
Uscite o morti dalle vostre tombe! Perite o vivi nell’Antro in cui riposa la storia del mondo.
Più giù mai si potrà andare.
Signore!
Nostro Dio!
Dacci l’estremo potere!
Il comando sui tutti i poteri!
Morgoth l’Onnipotente! Il Grande! L’Invincibile!

“E’ molto confusa ma è il massimo che ho potuto fare.”
“Sembra una preghiera. Non vedo l’ora di leggere tutta la scritta. Però ci sono due punti oscuri. La mano che ha vergato queste infami parole appartiene di certo agli adoratori dell’ombra; perché, allora essi parlano di Valinor.?”
“All’origine della nostra cacciata da Valinor c’è la guerra per le tre gemme e il giuramento blasfemo di Feanor. Le leggende di quelle epoche antichissime nascondono, a mio avviso molti punti poco chiari. Credo che qualcuno congiurò contro gli elfi provocandone l’esilio e che in questo tempio dei più antichi adoratori di Morgoth troveremo la verità”
“Ora capisco cosa stiamo cercando. Ma se tu scoprissi che davvero Feanor giurò e che, peggio ancora, adorò il Nemico e tradì la sua specie, cosa farai?”
“Credo che non sopravviverei. Ma morirei anche se abbandonassi la ricerca ora, che forse ho gli strumenti per riscattare l’onore del nostro popolo.”
“L’altra cosa che mi turba è il contenuto delle ultime strofe.”
“Hai notato anche tu la somiglianza, vero?”
“Si.”
Ainulin pensò alla poesia dell’Anello e al passo che, si diceva, era inciso all’interno dell’Unico.

Un anello per domarli, un anello per trovarli
Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli

Dacci l’estremo potere!
Il comando sui tutti i poteri!

“Evidentemente, in qualsiasi epoca si adori Melkor e germogli il suo seme, sono sempre gli stessi principi a guidare la mano dei suoi servi”
Il padre lo condusse alla porta di ferro, dove le scritte, se possibile erano ancora più confuse. Si trattava, gli disse l’elfo più anziano, di scongiuri e preghiere, qualcosa di scritto successivamente.
“Secondo me non vogliono difendere l’accesso dell’Antro, ma il mondo esterno da lui. Sembrano le frasi che si scrivono sulle tombe per impedire che i morti ne escano.”
“Cosa dice?”
Lemas gli diede un’altra pergamena con una traduzione. Vi erano alcune lacune, che si potevano colmare con la parte di traduzione che il nonno di Ainulin aveva preparato per il figlio e che il gondoriano ucciso aveva portato fino al nipote.

Non uscire o figlio del buio
Non temere mio piccolo amico
Lui non uscira’
Finche’ la luce inondera’ queste terre
La luce lo uccide
La tenebra lo nutre
Che sia sempre la luce
Non aprire del re dalla corona ferrea la tomba
La gemma del sacrilegio deve dormire nella
Tomba in fondo alla roccia tra
I servi dell’ombra adoranti
Non fate rumore o si risveglieranno
Fate calore e si riaddormenteranno
Non violate il sepolcro di Melkor, la cui furia sarà presto
Voluta e rievocata

“Ora è tutto più chiaro. La tua pergamena ha chiarito gli ultimi dubbi, vedi. L’Antro è la Tomba in fondo alla roccia. La tomba di Melkor. Li c’è uno dei Silmaril, “la gemma del sacrilegio”. Durante la Caduta qualcuno adorò quella pietra come una divinità e si nutrì dell’odio in essa accumulato. Quest’antro è il simbolo del sacrilegio. E la Bestia e l’essenza malefica di Melkor.”
“Questo però non spiega come neutralizzarla. Quando ho provato a far calore con la mia gemma, essa è rimasta insensibile.”
“Qui ti sbagli. Non è rimasta insensibile. Io ho sentito il suo richiamo e ti ho salvato. L’odio che abita in quel tempio era troppo forte per le tue sole facoltà, ma ora credo di aver capito.”
“Spiegami.”
“Non descrive come neutralizzarlo. E’ una formula, va pronunciata. Aprirà la porta e ci darà la luce necessaria.”
“Chi può avercela messa? Non credo che i servi di Morgoth volessero dirci come profanare la tomba del loro Re.”
“Quella non è la tomba di Morgoth, è la tomba delle anime dei suoi servi, tutte racchiuse nella Bestia che ti ha assalito. Un antico testo che ho consultato ad Isengard, parecchi anni or sono, parla proprio dei poveri figli che sbagliarono ed ebbero la dannazione eterna, nell’Antro più Antico”
“Pensi che ci siano elfi tra loro?”
“E’ quello che voglio scoprire. Questa formula è stata vergata dalla mano gentile di chi voleva dare l’ultima speranza a dei condannati. “
“La chiave che hai trovato in quel tumulo, allora?”
“Messa lì da chi non vuol liberare i suoi prigionieri”
“Lo facciamo ora?”
“Credo che sia meglio riposarci prima. Ormai è pomeriggio inoltrato; domattina col sole ad incoraggiarci, purificheremo la tomba del Nemico”

8

“Cosa credi di trovare, lì sotto?”
Ainuin e il padre stavano bevendo acqua di ruscello e mangiando pan di via.”
“Non lo so. Forse solo le tombe degli adoratori del Nemico, con i loro nomi. Così potremo scagionare il resto della nostra razza davanti agli dei. Forse solo i corpi di uomini o nani, le cui anime attendono solo di poter trovare pace. Forse il Silmaril.”
“Hai dei concetti piuttosto vaghi.”
“La verità è sfuggente e vaga, figlio mio. Forse una morte onorata è l’unico modo di ritornare a Valinor e alla verità”
“Pensi sia giusto?”
“Credo sia giusto salvare quei disperati”
“Se troverai la corona di ferro del Nemico con le tre gemme incastonate, le porterai con te?”
“No. I Silmarin hanno già provocato troppi dolori alla nostra razza”
“Spero che saremo in grado di mantenere la nostra moralità”
“Forse proprio così salveremo la nostra razza”

9

Ainulin si mosse silenzioso. Il padre era in quella specie di trance che per gli elfi equivale al sonno degli uomini. Sapeva che Lemas non avrebbe approvato ciò che stava per fare. Era pericoloso ma non poteva lasciare Angruk senza sepoltura. Scese dall’albero e si avviò all’imboccatura della galleria in cui il nano aveva trovato la morte. Era freddo, il cielo era oscurato da nubi. Scendeva una fastidiosa pioggerella. Si avvicinò, toccando la gemma che portava al collo, nutrendo il suo coraggio col calore della pietra. L’interno della galleria era buio e percosso da correnti d’aria umida, provenienti dalle profondità della montagna. Regnava un silenzio di tomba. Ainulin si muoveva lentamente, aspettandosi ad ogni svolta l’attacco del mostro. Non ci mise molto a trovare il corpo del nano, già in stato di decomposizione. Senza preoccuparsi delle condizioni del corpo, iprese in braccio il suo sfortunato compagno e si avviò all’uscita. Stava per varcare la soglia della caverna quando sentì, dalle profondità della montagna, il ringhio di un animale. Si voltò ma la galleria era vuota e buia. Uscì mentre il nevischio iniziava a rimpiazzare la pioggia. Adagiò il cadavere ed inizò a raccoggliere quanti più arbusti possibili, ammassandoli per formare una pira. Vi sdraiò il nano con le mani giunte ad impugnare l’ascia da battaglia. Pronunciò alcune formule purificatrici e si concentrò. Non sarebbe stato il momento di usare la pietra, ma la pioggia aveva reso il legno umido e impossibbile da incendiare naturalmente. La gemma rifulse di luce rossa e il legno iniziò a bruciare. La pioggia ricominciò più forte. Ainulin guardò a valle e notò che le nubi si addensavano solo sopra di lui. Potenziò ancora il fuoco magico e la pira si accese, unica luce nella notte. Iniziò a soffiare un vento terribile che lo costrinse a ripararsi dietro la stele.
“Vuole impedirlo. Vattene signore dei morti. Lascia in pace il mio amico”.
Il torrente ruggiva e il fuoco magico vacillava. A un tratto sentì l’affannoso respiro della Bestia, vicinissimo. L’essere uscì dalla galleria in forma di enorme Warg. Ruggì e caricò. Ainulin non ci pensò un momento e gettò la gemma sulla pira. Ci fu una fiammata alta decine di metri; il corpo del nano Angruk arse mentre l’elfo afferrava la maniglia della botola di ferro e pronunciava la formula. . .

Non uscire o figlio del buio
Non temere mio piccolo amico
Lui non uscirà
Finché la luce inonderà queste terre
La luce lo uccide
La tenebra lo nutre
Che sia sempre la luce
Non aprire del re dalla corona ferrea la tomba
La gemma del sacrilegio deve dormire nella
Tomba in fondo alla roccia tra
I servi dell’ombra adoranti
Non fate rumore o si risveglieranno
Fate calore e si riaddormenteranno
Non violate il sepolcro di Melkor, la cui furia sarà presto
Voluta e rievocata

“Ci sia sempre luce” urlò Ainulin un’ultima volta; Prese una freccia dalla faretra e ne incendiò la punta. Il Warg ululò e saltò verso di lui, ma l’elfo scoccò e centrò l’animale mentre era ancora in volo. Cadde rovinosamente nel Nimorodel. Le acque iniziarono a diventare scure ed a ribollire violentemente. La pira divenne un’immensa colonna di fuoco. Sembrò che dalle viscere della montagna una voce poderosa urlasse di sgomento e furore. L’immenso falò ormai occupava l’intera spianata intorno alla stele. Le rune incise sulla roccia iniziarono a sanguinare. Il cielo divenne ancora più scuro. La pioggia cadde violentissima insieme alla neve. L’acqua del fiume divenne rossa e ribollì.

Lemas riprese coscienza e notò l’incendio. Vide anche che il figlio non era sull’albero e capì. “No!” Si lanciò giù dal loro rifugio e coprì di corsa la distanza tra l’albero e la porta dell’Antro. Vide la pira maestosa e l’ombra ergersi dalle acque e allungare la propria mano su Ainulin che fermo in mezzo al fuoco cantava a squarcia gola la ballata di Nimrodel. Ma mentre snocciolava gli antichi versi, spesso cambiava il nome della fanciulla elfica, sostituendolo con quello della sua Narmroel. Poi vide l’ombra smembrarsi; il forte vento la portò via e la disperse. Per un istante colse delle forme tra le lingue di fuoco, tante anime salvate dalla notte eterna. Tra esse ne riconobbe di famigliari e finalmente capì. La sua mente registrò per un attimo il trionfo. Aveva scoperto la verità. Ora sapeva cosa era successo a Feanor e perché gli elfi erano stati cacciati da Valinor. Fu però un attimo. La montagna sembrò urlare di dolore, la botola d’acciao saltò in aria e dal profondo dell’Antro uscirono, liberati, gli ultimi prigionieri. La tempesta montò e vi fu uno schianto violentissimo.
La montagna tremò e tutta la spianata dove si ergevano la stele e la pira crollò. Lemas si sentì trascinare a terra mentre la montagna sotto di lui franava.
Subito perse di vista il figlio, poi ci furono solo buio e rumore mentre l’Antro più Antico implodeva su se stesso, con una deflagrazione che fu avvertita per chilometri. Il terremoto scosse i Monti Brumosi fino a Moria.

10

“Gli occhi della Terra di Mezzo erano puntati verso Mordor, in quei giorni, e nessuno seppe mai cosa era successo alle sorgenti del fiume di Bosco d’Oro”
“Dove sono finiti, Ainulin e Lemas?”
“Io credo che siano a Valinor, dove forse hanno trovato la verità”
“Ma è una storia vera o ti sei inventato tutto?”
“Ogni storia è vera, a suo modo, e l’elfo che me l’ha raccontata diceva di aver visto tutto attraverso un qualche magico portale. Sai, come sono gli elfi.”
“Ma gli elfi esistono davvero? Io non ne ho mai visti”
“Ora dormi”
Il vecchio Hobbit rimboccò le coperte del piccolo. “Altrimenti verrà Sauron e ti porterà via” aggiunse dando un buffetto al piccolo che si mise a ridere. Lo baciò sulla fronte e uscì dalla casa. Si sedette sulla veranda a fumare un po’ di erba pipa e a guardare le stelle.
“Ogni storia è vera, a suo modo” disse sorridendo.
“Buona notte mister Samvise” urlò un vicino prima di chiudere la porta di casa.
“Buona notte a lei”

AUTORE – GABRIELE
(racconto omaggio…con qualche libertà… all’amato J.R.R. Tolkien: i puristi mi scuseranno)

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