DREAM TOWN

Tutto era cominciato con un’offerta da sogno che Paolo aveva trovato su internet: Un’occasione da non perdere.
“Dream Tours vi offre un soggiorno da sogno di quindici giorni in una calda isola del Pacifico. Palme, cocktails, belle donne e sole… il tutto su una sabbia color oro. Dream Town, la città dei sogni vi ospiterà con animatori qualificati, corsi di sub, sci nautico e qualsiasi cosa abbiate mai sognato: non vorrete mai più andare via! Tutto questo a soli 1000 €. SOLO CON NOI: DIFFIDATE DELLE IMITAZIONI.”
Da Honolulu ci volevano due ore in aliscafo sino a quel piccolo atollo nel pacifico. Paolo e Luca avevano rimorchiato appena arrivati, lui da quel punto di vista era la pecora nera del gruppo, con quel corpo grande e goffo.
Il bungalow era rigorosamente a forma di capanna di paglia ma era spazioso e climatizzato: si era voluto creare un effetto folcloristico, ma il risultato era decisamente chic. Non che la cosa interessasse ai turisti che nonostante un bel po’ di fusi orari sulle spalle si erano lanciati subito verso la spiaggia dorata e l’acqua cristallina.
Decine di ragazze abbronzate e vestite meno del necessario, fusti con inflazione di addominali, enormi noci di cocco offerte come drink da cameriere polinesiane vestite soltanto di gonnellino: la riva era una sorta di eden ricostituito.
Poi era scesa la sera, il falò di benvenuto era stato acceso sulla spiaggia e tutto era cominciato. Il fuoco ardeva squarciando la notte.
Intorno decine di persone ballavano e cantavano, bevevano e si baciavano. Era praticamente impossibile non trovarsi abbracciato a qualcuno dell’altro sesso: se qualcuno restava in disparte le ragazze abbronzate e dagli occhi leggermente a mandorla dello staff, erano ben felici di intrattenere l’ospite; e non si limitavano solo alla conversazione… Paolo conversò per un tempo indefinito con Karen, una australiana con origini maori. Tutti avevano il bicchiere sempre pieno di qualche intruglio alcolico, e bevevano con avidità crescente.
Luca presto perse il conto delle ragazze che lo portarono dietro una duna, appena conscio di quanto questa fosse affollata. Gianni non bevve l’intruglio. Riusciva a versarlo con una certa perizia nei bicchieri dei vicini era un’abilità che aveva sviluppato nel tempo, tentando di mascherare il fatto di essere pressoché astemio. Si concesse però parecchi balli, finché una ragazza di colore, alta quasi quanto lui, ma con un fisico decisamente migliore lo avvicinò. Anche lei era abbastanza sobria, e come lui amava passeggiare sulla spiaggia al chiaro della luna e delle stelle. Si chiamava Asmara, ed era del Maine; fortunatamente Gianni parlava un discreto inglese. Avevano camminato sulla riva per un tempo indefinito, prima che lei si fermasse e si facesse seria.
“E’ ora di tornare: tra poco dovremo agire”.
“Non ti capisco”.
“Capirai. Prendi questo – disse porgendogli uno strano coltellaccio intarsiato – e fai come me: andrà tutto bene”. Mentre si avvicinavano iniziarono a sentire urla sempre più terrorizzate che provenivano dall’anfiteatro dove era stato acceso il fuoco.
“Cosa succede?”
“La mattanza – rispose lei asciutta – noi la fermeremo. Conficca il coltello dietro la loro nuca, in mezzo alle vertebre. Ma attento: se ti bloccano non ti potrai più liberare. Seguimi, svelto.”
Il luogo della festa era una babele di urla e gente che fuggiva. Gianni era macellaio; per qualche tempo aveva lavorato in un mattatoio pubblico; la somiglianza era tremendamente precisa anche se stavolta le prede erano gli uomini.
Turisti e inservienti fuggivano da ogni parte, inseguiti da esseri mezzo uomo e mezzo bestia, con fauci impossibili e occhi di fuoco. Queste creature infernali non emettevano suoni. Bloccavano le loro vittime a terra e ne divoravano il volto. Asmara ne abbatté due che si erano mossi per affrontarli.
“Raduniamo tutti gli umani e facciamoli rifugiare in acqua: loro la temono”.
Gianni se la cavava col coltellaccio. Dopo il primo colpo riuscì a controllare i conati di vomito che il puzzo di carogna delle creature gli provocava. Uccise un mostro che stava per sbranare uno spaurito giapponese, cui urlò di andare in mare; non riuscì a impedire a un secondo cane infernale (così li aveva battezzati) di uccidere una ragazza europea, ma lo abbatté prima che potesse fare altri danni. Asmara era indiavolata, tagliava quella creature con furia e precisione. Lui era decisamente più imbranato, ma insieme ne eliminarono una quindicina.
Nonostante tutto erano riusciti a salvare poche decine di persone e centinaia di quegli esseri mangiavano indisturbati mentre loro combattevano.
“Sono in troppi!”.
“Abbi fede – disse Asmara – dobbiamo farci strada verso il centro dell’anfiteatro, dove sono più fitti…”
“Ma sei impazzita? Ci sbraneranno”.
“Può darsi ma lì, sotto il falò abita la regina e se noi la uccidiamo, loro si lasceranno morire.”
Asmara estrasse dalla cintura alcune bottiglie piene di liquido. Le lanciò nel mucchio e, come colpiti da una pioggia di acido corrosivo, i cani infernali si misero a correre e urlare, come impazziti.
“Acqua di mare, sono creature del fuoco e del deserto”. Lui e Asmara corsero verso il fuoco.
Una voragine si era aperta sotto il falò, dentro di essa si vedeva il corpo lattiginoso e viscido di una specie di immane serpente. L’attacco giunse da destra. Un cane infernale si scagliò su Asmara con violenza, mordendole un fianco, un fiotto di sangue le imbrattò i calzoni. Perse la presa sul coltello, che cadde al suo fianco;
Gianni fu sull’essere e lo colpì infilando la lama fino all’impugnatura. Sentì un lancinante dolore alla caviglia, mentre la bocca del grosso verme gliela addentava, trascinandolo verso la buca.
L’alito caldo e nauseabondo del mostro lo investi in pieno, facendolo rigettare. Asmara si buttò sulla regina e conficcò il suo coltello in uno dei due acquosi occhi del rettile, che mollò la presa.
“Aiutami – gli disse impugnando un grosso machete – tienila occupata mentre io la infilzo con questo”.
Gianni si lanciò con tutto il suo peso sulla regina. L’essere aveva una forza eccezionale e lo scaraventò nella pira.
La distrazione fu comunque fatale al serpente, perché Asmara le piantò il machete in mezzo agli occhi con uno schiocco sordo di ossa che si spezzavano. Il serpente emise un sibilo che era l’apoteosi di tutte le imprecazioni e cadde nella sua buca con un tonfo molle.
Gianni si divincolò dal fuoco e si lanciò in mare, per spegnere il fuoco che gli aveva avvolto i vestiti. Urlò mentre le sue bruciature, al contatto con l’acqua salata, gli mandavano dolorose invettive.
Asmara corse da lui e lo abbracciò. “Grazie del tuo aiuto, senza di te non ce l’avrei fatta”.
I cani infernali correvano a morire in mare, mentre una trentina di sopravvissuti era tutto ciò che restava di Dream Town.
Nelle prime luci di una splendida alba tropicale, Gianni cercò convulsamente Luca e Paolo.
I suoi due amici non c’erano.
Riluttante si mise ad esaminare i cadaveri orrendamente mutilati. Riconobbe Paolo dai vestiti che aveva addosso: il suo volto era stato strappato come una maschera di carne.
“Se sapevi tutto, perché non li hai avvertiti prima? perché hai scelto me per aiutarti”. Gridò ad Asmara che si teneva in disparte come se temesse il suo giudizio.
“In tutto il mondo, ogni giorno, creature come loro, e altre molto più potenti si nutrono. Noi lottiamo contro di loro, ma essi hanno molti appoggi. C’è gente che procura il cibo in cambio di potere e denaro. Nessuno mi avrebbe creduta e loro mi avrebbero uccisa subito. Così li ho potuti cogliere di sorpresa.
“C’è qualcuno che aiuta questi cosi?!”.
“La gente è avida e questi esseri sono così antichi da avere molte ricchezze”.
“E’ terribile”.
“Mi dispiace averti coinvolto, ma ho cercato una persona forte e che non avesse bevuto quell’intruglio che vi avevano dato per stordirvi…”.
“Sono salvo perché sono astemio…”. Commentò amaramente lui, con la gola chiusa da un nodo enorme.
“E’ vero – gli rispose lei dolcemente – ora però sai troppe cose: dovrai venire con me”.
“Non è proprio una cosa così brutta…”.
“Non scherzare: dovrai lasciare tutto e sparire. Muoviamoci, dobbiamo andar via da quest’isola.”

AUTORE – GABRIELE

  1. Max left a comment on aprile 21, 2006 at 12:11 am

    Questo racconto ha qualcosa che non mi convince… il viaggio, il festino, la ragazza che lo porta via, gli da in mano un coltello, lo manda a macellare mostri, poi lei fa fuori la regina e gli impone di lasciare la sua vita precedente verso un alquanto incerto futuro. Decisamente troppo per due pagine di racconto… il tutto finisce per sembrare un po’ il soggetto di un Dylan Dog (o altro similare Bonelliano) secondo me, più che un vero e proprio racconto.

  2. Sara left a comment on giugno 2, 2006 at 10:38 am

    L’azione, una volta cominciata la “mattanza” è ben tenuta, però ha ragione Max, tutta la vicenda manca un po’ di particolari.
    Non te ne offendi vero se il “mostro-centrale” mi ha ricordato un tot i vermoni di “Tremors”?

  3. Gabriele left a comment on giugno 3, 2006 at 9:01 am

    Tremors è un “Evergreen”: ne sono lusingato…

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