Il FRUTTO

La donna ed il ragazzino entrarono nel giardino dando le spalle al sole del pomeriggio.
La calura era opprimente e piccole gocce di sudore imperlavano il viso di lei, unica parte del suo corpo che non fosse coperta dal vaporoso vestito arancione, oltre alle mani.
Il ragazzino aveva invece un aria ben più trasandata, vagamente selvaggia. Capelli arruffati, una maglia leggera di un tessuto raffinato ma tutta impolverata e strappata, e lo stesso valeva per i pantaloni a mezza gamba. Era a piedi nudi.
-Perché mi hai portato qui?- chiese il ragazzino.
-C’è una cosa che voglio mostrarti.- rispose la donna.
-Non è orario di lezione. Mi stavo allenando con la spada, mi stavo divertendo. Non potevamo aspettare domani?-
-No. Non ti ho obbligato a seguirmi, in ogni caso.-
-Sono venuto perché sembravi ritenere che fosse importante.-
La precettrice sorrise. Aveva un aspetto maturo, ma era ancora molto bella, il ragazzino l’aveva vista una volta fare il bagno appollaiato su un’impalcatura provvisoria assieme ad alcuni dei suoi amici. Prima di allora l’aveva sempre vista fasciata nelle sue vesti, vedere i suoi capelli scivolare sulla schiena nuda mentre entrava nella vasca lo aveva profondamente turbato. Per giorni non era più riuscito a guardarla senza arrossire, e lei sebbene si fosse accorta che c’era qualcosa di strano nel suo comportamento aveva finto che non fosse così. Qualche giorno più tardi era tornato da solo sull’impalcatura. Di nuovo i suoi capelli si erano sciolti sulle spalle più larghe della media, lungo la vita sottile e giù fino ai glutei… ma quella volta lei si era voltata verso la finestra, a guardarlo.
Sapeva che lui era lì.
E per qualche istante soltanto aveva potuto vederla, in tutto il suo splendore.

Il sole di agosto aveva risparmiato ben poco del verde rigoglioso e dei colori vivaci della primavera. Era un’estate particolarmente torrida, le messi erano state mietute con due settimane d’anticipo e ora persino l’erba dei prati aveva un aspetto giallognolo e assai stentato. L’acqua era diventata preziosa e i curatori avevano ricevuto l’ordine di preservare soltanto le rose ed il frutteto.
-Non è bello, il giardino, in questa stagione.- disse il ragazzino.
-No.- ne convenne lei.
-Non ci vengo quasi mai quando è piena estate, l’erba tagliata mi fa starnutire.-
-Il fieno è stato raccolto da più di un mese.- rispose lei.
I due sorpassarono una staccionata che racchiudeva il perimetro del frutteto e si diressero verso il suo centro e dinanzi ad un albero nelle sue vicinanze si fermarono.
-Eccoci arrivati.- disse.
Il ragazzino guardò l’albero che avevano di fronte. Aveva frutti in parte rossi e in parte verde scuro grandi come una noce, e foglie rade, piccole e seghettate, quadripartite come fossero quattro dita.
-Sai che pianta è?- chiese la precettrice.
-E’ sabea.- rispose il ragazzo con semplicità.
-Giusto. Che cosa sai di questa pianta?-
-Le sue foglie hanno proprietà mediche molto importanti, i suoi frutti però sono velenosi.-
-Sono in grado di uccidere?-
Lui tentennò un istante: -Credo… credo di no. Fanno solo venire un gran mal di pancia.-
-Giusto. Che cos’altro sai sui loro frutti?-
-Si possono sbucciare e cuocere, e a quel punto non sono più velenosi.-
-E normalmente si usano per guarnire piatti di carne, oppure si usano come componente della nostra ottima mostarda. Sei davvero uno studente modello.- concluse la donna, dopodichè trasse di tasca un altro frutto, piccolo e rosso scuro.
-E questo che cos’è?-
-Una… una ciliegia… credo.- rispose lui.
-Assaggiala.-
Il ragazzino se la mise in bocca e fece una smorfia: – E’ aspro!-
-Infatti non è una ciliegia.-
-Però non è tanto male.-
-E’ diverso da quello che ti aspettavi, ma in realtà è considerata una leccornia.-
-Che cos’è?-
–Sabea.-
Il ragazzino sgranò gli occhi: -Ma come…-
-La sabea cresce anche sulla costa, sui terreni rocciosi vicino al mare. Cresce male, perché le radici non riescono ad approfondarsi a sufficienza nel terreno, rimane bassa, praticamente grande come un arbusto. Lì i suoi frutti non sono più velenosi, anzi sono squisiti, rimangono più piccoli ma riescono a completare la maturazione. Le sue foglie però perdono le loro proprietà medicinali.-
-La stessa pianta… come è possibile?-
-Il terreno e la luce. La sabea assorbe dal terreno una sostanza che ne rende medicinali le foglie, ma ostacola la maturazione dei frutti e li rende indigesti per gli esseri umani. Non ad esempio per gli uccelli, che invece ne sono ghiottissimi. Sui terreni rocciosi inoltre cresce sola e quindi in piena luce, e la luce aiuta i frutti maturare.-
-Incredibile.- commentò il ragazzino affascinato. –La stessa pianta…-
-In due luoghi diversi, completamente diversa.- concluse lei –Ora spicca un frutto dall’albero, e vieni con me sulla collina.-
Il ragazzino avrebbe voluto protestare, la sua spada di legno l’attendeva ma l’urgenza ed il fascino della precettrice gli spensero le parole in bocca.

Ci volle quasi un’ora per giungere alla sommità del colle, il sole batteva incessantemente e l’umidità dell’aria tagliava il respiro. Non avevano incontrato nessuno lungo tutto il tragitto. Il sudore incollava la veste della donna alla sua pelle, sulle spalle e fino al corpetto, ed il ragazzo sentiva salire nuovamente dentro di sé quell’eccitazione che lo aveva lasciato sgomento quando ne aveva visto il corpo nudo dall’impalcatura.
Sulla cima del colle si stagliavano quattro grandi alberi e all’ombra del primo di essi, una gigantesca quercia, si fermarono a riprendere fiato.
-Bene eccoci arrivati.- disse la donna. Il leggero ansimare le gonfiava ritmicamente il petto.
-Conosci questi alberi?- chiese indicando i tre che stavano intorno a loro ed il quarto sotto cui erano seduti.
Il ragazzo rispose prontamente: -Queste due sono querce. Gli altri due… non saprei.-
-Quello più basso è un gelso.- disse la precettrice –Fa dei frutti simili a more, che possono essere scuri o chiari. Sono commestibili, ma non particolarmente saporiti. Quello più alto è l’albero per cui siamo qui.-
Era un albero dall’aspetto abbastanza comune, con grandi foglie ovali verdi chiaro, ed un tronco slanciato simile a quello di un platano. La sua unica caratteristica particolare era una chioma a forma di cappello che cominciava diversi metri sopra la le loro teste.
-Guarda questi nodi.- disse la donna, indicando diverse escrescenze del tronco, che più in alto diventavano veri e propri moncherini di rami, e ancora più su rami vivi –I rami di questo albero non durano più di sei o sette anni, dopodichè l’albero stesso li uccide.-
-Perché?-
-Perché sono troppo in basso e prendono troppa poca luce. A quel punto non sono più autosufficienti nel produrre la linfa, diventano un peso anziché essere d’aiuto, quando questo avviene l’albero è l’albero stesso ad ucciderli. E’ per questo che ha quella forma a cappello. E’ una cosa abbastanza frequente, specialmente nelle foreste. Ad esempio il pino marittimo può prendere una forma simile.-
-Ed è questo ciò che mi volevi mostrare?-
-No. Quello che ti voglio mostrare è il suo frutto.- disse indicando verso l’alto delle bacche tonde che sembravano minuscole e alle quali, dalla sua posizione in ombra, non riusciva ad attribuire un colore.
-E come faremo a prenderlo? Dovremmo arrampicarci fin lassù! Non mi sembra una cosa molto prudente…-
La precettrice rise. Una risata leggermente querula, che il ragazzino non le aveva mi sentito: -Sei fin troppo giudizioso. Questo dovrebbe onorarmi, farmi ritenere che ti ho insegnato bene. In realtà so perfettamente che non hai remore ad arrampicarti quando sei con i tuoi amici… né quando sei da solo.- lo disse guardandolo obliquamente, ed il ragazzo si sentì arrossire fin alle dita dei piedi –Tuttavia mancherei ai miei doveri, se ti chiedessi di salire su quell’albero. Quindi sarò io a salire, anche perché questo fa in un certo senso parte della lezione.-
E così dicendo cominciò a togliersi il copricapo, poi le scarpe e quindi il vestito. Lo fece con gesti misurati ed uno sguardo che non riusciva, nonostante gli sforzi, a nascondere completamente un certo divertimento. Il ragazzino passeggiava sul lato opposto dell’albero, cercando di guardare in qualunque altra direzione, il volto tirato nel tentativo di dissimulare imbarazzo ed eccitazione.
-Vieni a slacciarmi il corpetto.- disse la donna in tono perentorio, poi accorgendosi di avere esagerato aggiunse più piano –Per favore.-
-Io… io non credo che sia una cosa opportuna…- iniziò il ragazzo.
-So che ti piace guardarmi, se avessi voluto che non lo facessi ora non saremmo qui. E ora, per favore, vieni a slacciarmi il corpetto. Potrei salire ugualmente, ma sarebbe molto più scomodo.-

Il ragazzino si sentiva travolto da un tremendo senso di irrealtà. Vedere la donna che lo aveva educato che, con un’agilità degna del più abile dei circensi, si arrampicava su un albero in sottoveste, stava in qualche modo mettendo il suo mondo in una prospettiva differente.
Andò su e tornò giù talmente in fretta che fece addirittura fatica a rendersi realmente conto del fatto che il tutto stesse davvero accadendo.
Un istante dopo gli era di fronte, di nuovo il suo petto si abbassava e si alzava in un leggero ansito ed il sudore rendeva la sottoveste traslucida, il quel momento sembrava molti anni più giovane di quanto lui non l’avesse mai valutata. Teneva in mano tre bacche rosse e verdi della grandezza approssimativa di una noce: -Guarda questi frutti.- disse lei.
Lui la guardava negli occhi senza riuscire ad abbassare lo sguardo, non riusciva a credere che quella donna che aveva davanti fosse la stesa persona con cui aveva passato quasi ogni mattina della sua vita da cinque anni a quella parte. Era così diversa… così…
-Andiamo alla luce.- disse lei per cercare di risvegliare il ragazzo dallo stato vagamente catatonico in cui sembrava essere caduto e, principalmente per togliersi dalla sua visuale, lo affiancò cingendogli le spalle: -Guarda i frutti.- gli disse nuovamente.
Il ragazzo seppur eccitato forse ancor più dal suo tocco deglutì e guardò i frutti, ed immediatamente comprese quello che la donna voleva mostrargli. Si trasse dalla tasca il frutto della sabea, e lo mise nella sua mano. Dopodichè sfiorando con un fremito quella di lei li mescolò, come fossero le palline di un giocoliere.
Nella sua mano c’erano quattro frutti perfettamente indistinguibili.
-Esatto.- disse lei –Questa pianta si chiama auliria. Non c’è modo di distinguerne i frutti da quelli della sabea, anche la polpa ha lo stesso colore giallo ed una consistenza molto simile. Soltanto il nocciolo è diverso, quello dell’auliria ricorda, più in piccolo, il nocciolo dell’albicocca, mentre il frutto della sabea ha dei semi molto simili a quelli della mela.- la donna si interruppe un istante per dare al ragazzo il tempo di riflettere –I frutti dell’auliria sono molto velenosi. Ne basta uno soltanto all’interno di un barattolo di mostarda per far star male tutti i commensali. Mangiato puro, anche cotto, è letale. Il problema è che quando il frutto della sabea si prepara per la cottura, perché conservi intatto il suo sapore, non viene aperto. Un frutto di sabea ed uno di auliria sbucciati su un tavolo uno accanto all’altro sono praticamente indistinguibili.-
-Sarebbe il veleno perfetto per assassinare un uomo.- rispose il ragazzino.
-O anche un’intera corte, se non fosse per gli assaggiatori.-
Il ragazzo si volse verso di lei e di colpo percepì un vago senso di pericolo, lei lo guardò bonariamente e gettò i frutti a terra: -Direi che è ora che io mi rivesta e rientri nei panni della precettrice giudiziosa e distaccata…- disse lasciando scivolare via la mano dalle sue spalle, lungo il collo e poi sul torace -…a meno chè tu non preferisca attendere qui ancora qualche minuto.- aggiunse posandola sul suo membro turgido.

Giacevano ancora nudi e abbracciati sulle vesti di lei quando ella parlò nuovamente: -Domani il re mi metterà a morte.-
Lui la guardò di colpo terrorizzato: -Per quello che abbiamo fatto?-
Lei sorrise. Era strano vederla sorridere dopo avere sentito annunciare la propria sentenza di morte:
-No, a meno che tu non glielo dica, e comunque per una cosa come questa penso che si limiterebbe a farmi frustare e poi a cacciarmi…-
-Perché allora? Non dicevi sul serio, vero?-
-Si invece. Pensi di farcela a tornare al frutteto da qui?-
-Certo. E’ tutta strada dritta…-
-Non farai cattivi incontri. Io non tornerò con te, fuggirò dall’altro lato del colle, e se ti è possibile vorrei che evitassi di riferire tutto questo.-
Il ragazzo non dubitava che avrebbe fatto di tutto per nasconderlo, anche senza essere redarguito.
-Ho mai disubbidito ai tuoi comandi?-
-Diciamo… quasi mai. Ora però non te lo chiedo in qualità di tua insegnante, sono una donna che parla ad un giovane uomo.-
Nonostante tutte le cose fuori dall’ordinario che erano accadute quel giorno, sentirsi parlare in quel modo era ugualmente per lui fonte di stupore: -Non dirò nulla.-
-Bene, so di potermi fidare del tuo giudizio. Ci sono ancora alcune cose di cui voglio parlarti. La prima è questa, sai qual è il significato di ciò che abbiamo fatto oggi?-
-Credo… di si. Una volta ho visto due asini che…-
La donna non riuscì a trattenere una risata, e lui si fece subito rosso per la vergogna: -Scusami… non hai detto niente di sbagliato, davvero, anzi in realtà è esattamente la stessa cosa… però è strano sentire un uomo che parla così chiaramente. In ogni caso ti sconsiglio di dirlo ad una ragazza quando ti troverai in una situazione come questa.-
-D’accordo.- rispose lui mogio.
-Bene, in ogni caso quello che volevo dire è che io ora potrei portare in grembo tuo figlio, lo sai questo? E’ piuttosto improbabile, ma non impossibile.-
Lui la guardò sgomento: -No… non devi preoccupartene, solo non prendere la cosa troppo alla leggera. Non puoi permetterti di riempire il mondo di bastardi della tua stirpe come…- s’interruppe.
-Come ha fatto mio padre?- concluse lui.
-Già.- disse lei guardando verso terra.
-Perché dici che domani sarai messa a morte?-
Ella sospirò: -Tu sei molto giovane, ci sono molte cose che, per tua fortuna, ancora non sai.-
-Vorrei che cercassi di spiegarmi.-
-E’ difficile. Sulla corte del nostro amato re agiscono molte forze. Io sono una sua sostenitrice, ma il re non distingue molto chiaramente tra chi gli è fedele da chi macchina contro di lui. Stanotte sarà smascherata una congiura per assassinarlo. In realtà è una falsa congiura, ordita da coloro che vogliono appropriarsi del potere per epurare la corte del re da chi gli è fedele. Anche io sarò accusata.-
-Ma mia madre…-
-I buoni uffici di tua madre non hanno un potere illimitato. L’albero della nostra monarchia è marcio in anelli molto più interni di quello che tu possa mai immaginare. E’ lo stesso primo consigliere del re a tirare le fila di questa ignominia. Contro il suo consiglio a cosa possono valere le parole di tua madre?-
-Canahan un traditore? Non posso crederlo.- rispose il ragazzino ripensando all’arzillo e burbero vecchietto, al suo doppiopetto liso, alle sue battute pronte, alle varie volte che avevano insieme giocato a scacchi. Era sempre disponibile, mai altezzoso, mai affettato. Da bambino gli era arrivato un paio di volte sulle cosce col suo bastone, quando lo aveva fatto arrabbiare, ma capiva bene che quella non era malvagità. Anzi, semmai un segno di sincerità.
Lo sguardo di lei si rabbuiò: -Non hai capito allora, il significato più profondo della lezione di oggi.-
-I frutti?-
-Certo, i frutti. Pensaci un istante.- disse lei, e si alzò in piedi, cominciando a rivestirsi.
Il giovane uomo si sforzò di riflettere un istante: -La stessa pianta può dare due frutti in apparenza diversi, e due frutti all’esterno uguali, possono essere in realtà differenti.-
-Questo non vale soltanto per i frutti.-
-Ma anche per gli uomini…- aggiunse lui.
-E’ difficile capire le reali intenzioni di un uomo, né ci si può fidare del suo lignaggio o giudicarlo per esso. Spesso l’apparenza è talmente ingannevole da non rivelare nulla di quel che è in realtà. Penso a quello che è successo oggi tra me e te, l’avresti mai creduto possibile?- immediatamente il ragazzo scosse la testa -L’accortezza con cui sceglierai le persone di cui circondarti non sarà mai sufficiente, qualsiasi fiducia riposta in loro senza riserve sempre troppa. Questo è il vero significato della lezione di oggi.- la donna aveva finito di rivestirsi.
Il giovane uomo guardò il terreno, aveva le lacrime agli occhi, troppe cose gli si chiedeva di imparare, tutte insieme: -Come faccio allora a sapere che tu mi stai dicendo la verità?-
-Bravo. Impari in fretta.- disse la donna e così rapida da non lasciargli nessun tempo per reagire gli fu alla gola con un coltello estratto dalla veste –C’è un male peggiore da fare a un re che uccidere il suo unico figlio maschio?- il ragazzo cercò di divincolarsi, ma invano, la stretta della donna era d’acciaio -Io ora potrei farlo, basterebbe solo un istante.-
Fulminea come era giunta la sua stretta cessò, ed ella piantò il pugnale nel terreno duro fino quasi all’impugnatura, un gesto che avrebbe richiesto la forza di un fabbro.
Il ragazzo tossì e rantolò: -Chi sei veramente?-
-Chi ero, semmai. La tua precettrice, e la tua protettrice. Scelta da tua madre, la regina, in persona. Una donna lungimirante. Tuo padre invece, mi spiace dirlo, ma è uno sciocco: non commettere i suoi errori quando sarai re. Ricordati di questo giorno quando dovrai scegliere i tuoi alleati. Ricorda che avrei potuto ucciderti e così facendo avrei ucciso il sangue stesso della monarchia.-
Ancora a terra il principe tossiva, gli occhi lucidi fissi sul manico del pugnale.
Quando alzò lo sguardo la donna era già scomparsa.

AUTORE – MAX

  1. Gabriele left a comment on giugno 7, 2005 at 5:46 pm

    Non male come esame di stato…
    Ma perché io avevo la Luisi tu la Salvemini e lui ‘sto pezzo di figliola..?
    Comunque molto bello e ottimamente scritto.

  2. Sara left a comment on giugno 8, 2005 at 6:58 am

    stilisticamente impeccabile.
    però c’è una sensazione inquietante di fondo. qualcosa che si intravede dietro alle righe e che non mi convince…

  3. Max left a comment on giugno 8, 2005 at 8:00 am

    Molto acuto. Infatti è pensato per fare eventualmente parte di un disegno (che probabilmente non vedrà mai la luce…). Ricordi “Fiamme su Zorab”? Per ora non mi sbilancerò di più. Quanto alla tua domanda, Gabriele, dicendo così non fai onore quella sgnaccherona della Capolino…

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