LA PROVVIDENZA

Ivan guidava l’auto con una lentezza esasperata: erano avvolti da un sudario di nebbia. In quella zona e in quella stagione, la nebbia non era insolita, ma di così dense non ne aveva mai viste: la visibilità non superava il mezzo metro. Si erano trovati lì in mezzo, lui e la ragazza che gli sedeva accanto, all’improvviso: dopo una stretta curva tutto intorno a loro si era sciolto nella coltre grigia. Improponibile fare retromarcia o inversione: la strada era stretta e con due ampi fossi agricoli sui lati, l’unica possibilità era proseguire dritti verso il paese dove erano diretti, sperando che nessuna auto provenisse in senso opposto.
“Cosa diavolo…” vide l’animale solo all’ultimo momento, sbucare dall’indistinto sfondo nebbioso come materializzato dal nulla, sterzò d’istinto verso sinistra ma quella manovra gli fui fatale. La banchina cedette e l’auto si coricò nel fosso su un fianco, rovinosamente. Chiara gli cadde addosso con un gemito, il motore morì con un singulto e con esso si spensero tutte le luci.
“Ti sei fatta male?”
“No. Solo una botta al ginocchio, ho preso contro il cambio. Cos’era?”.
“Una marmotta, o forse un gatto, è saltato sul cofano, mi dispiace.”
“Non preoccuparti, ma portami via di qui, questo posto mette i brividi; e accendi la luce, vedo ancora meno di prima”.
L’auto era appoggiata col lato sinistro sul fondo melmoso del canale, il fango stava già penetrando le finiture della portiera, imbrattando tutto. Ivan tentò di riavviare il motore, ma per ben tre volte l’avviamento fece cilecca. Colpì il quadro comandi con un pugno.
“Fammi passare. Devo raggiungere il bagagliaio: lì c’è una torcia. Sta attenta, potrebbero esserci dei vetri. Ivan strisciò con una certa fatica tra i due sedili, mentre Chiara, che fortunatamente era piuttosto minuta si stringeva il più possibile sul parabrezza. Aveva sbattuto la bocca contro il volante e il labbro inferiore, gonfissimo, mandava dolorosi segnali di protesta. Fortunatamente aveva tolto il pianale, per montare le casse dell’autoradio, così poteva raggiungere il portabagagli dall’interno. Sempre al buio, tastò con lentezza in cerca della cassetta di plastica in cui teneva vari attrezzi d’emergenza. Sentì Chiara che lo chiamava con un filo di voce. “Ivan?”
“Dimmi”.
“C’è qualcosa in macchina”.
“Cosa?”
“Non so, un animale. Mi è passato vicino alla caviglia e mi sta mordicchiando le calze”
“Tranquilla. Stai ferma: ho quasi trovato la cassa… cazzo”
Sentì un dolore fortissimo alla mano, come se qualcuno lo avesse colpito con un rasoio. D’istinto tirò a se il braccio sentì una massa pelosa che gli si scagliava sulla faccia. Una piccola tagliola gli strinse la guancia destra, sangue caldo gli imbrattò la camicia, mentre in un angolo remoto della sua mente sentiva Chiara urlare. Si strappò letteralmente l’ammasso di peli dalla faccia e lo scagliò lontano; sentì il tonfo flaccido di quel corpo su quel che restava del lunotto posteriore della Panda. Tastò in tutte le direzioni come una furia e finalmente trovò la cassetta, immersa nella fanghiglia che stava entrando anche in quel punto. Fortunatamente il coperchio si era aperto quando la scatola di plastica aveva picchiato con forza sul fianco di lamiera dell’auto; trovò la torcia e l’accese. Subito diresse il fascio di luce verso la ragazza e vide subito cosa aveva invaso l’auto. Nell’impatto il parabrezza si era spaccato contro un grosso tubo che, per qualche ragione attraversava longitudinalmente il fossato quasi al livello del terreno: alcuni grossi topi, forse svegliati dall’incidente, erano entrati. Quello che aveva morso lui giaceva tramortito sul fondo del bagagliaio, altri due stavano mordicchiando Chiara. Alla vista della luce la ragazza capì cosa aveva addosso e il disgusto la fece reagire con ferocia, strappò lo specchietto interno e lo usò come clava per spaccare la testa al primo dei due, Ivan fu sull’altro e lo fece sbattere sulla leva del cambio, finché l’animale non smise di contorcersi. “prendi questo, lurido bastardo”.
Ivan sbloccò la portiera del lato passeggeri e spinse con forza per mantenerla aperta, puntando i piedi sull’incavo tra i due sedili.
“Presto, esci” intimò alla ragazza puntando la torcia verso di lei “io ti seguo. Questo fosso mi ha scocciato. Prendi il telefonino.”
Chiara cercò il portatile nella borsetta, si tolse le scarpe, le tenne in una mano e mise i piedi sul piantone dello sterzo, tirando con forza la cintura di sicurezza; si trovò con la pancia sdraiata sul parafango destro. Si drizzò e si arrampicò fuori dal fossato, in mezzo alla nebbia, ma mentre era quasi sulla strada, un piede le scivolò sull’erba umida e perse l’equilibrio. Ivan, che, abbandonata l’auto, si era issato fuori dal canale con più agilità, le afferrò la mano e la trattenne, ma le scarpe le sfuggirono di mano, finendo in fondo al fosso, nella nebbia. “Maledizione!”
Ivan tentò di scandagliare i dintorni con la torcia ma non riuscì a vedere le scarpe, la nebbia rifletteva la luce della torcia in un giallo alone accecante: anche per guardarsi in faccia dovevano stare vicinissimi. Osservò la ragazza con preoccupazione: aveva le calze strappate in più punti, il ginocchio sanguinante e la caviglia mordicchiata in più punti. Un occhio era tumefatto. Aveva l’aria di essere sul punto di esplodere.
“Mi sono anche rotta un’unghia, maledizione” disse lei sforzandosi di sorridere.
“Ti sanguina la guancia, speriamo che quei topi non fossero infetti”.
“Lo scopriremo dopo. Ora chiamo mio padre e gli dico di venirmi a prendere. Intanto mettiti le mie scarpe, io ho i calzettoni, tu non puoi camminare sull’asfalto con i collant”
Ivan richiamò il numero dalla rubrica del cellulare e non riuscì a soffocare un’imprecazione scurrile: LINEA INTERROTTA.
“Prova col tuo, tesoro, il mio non prende”.
Chiara armeggiò alcuni istanti col telefono, poi un’espressione di terrore e rabbia insieme le si dipinse sul viso sporco di terra. LINEA INTERROTTA.
“Maledizione!” esplose “questo cazzo d’affare non funziona! Con quello che l’ho pagato, solo in quella cazzo di pubblicità quei quattro stronzi riescono a parlare senza problemi, quando ti serve veramente non funziona mai…” lanciò con violenza il piccolo guscio di plastica per terra, spaccandolo in due pezzi.
Ivan tentò di calmarla stringendole la vita con un braccio. Ma lei proseguì il suo sfogo, divincolandosi: “Proprio in questo posto dimenticato dagli uomini dovevi portarmi a mangiare… non potevamo andare in un qualche bel locale del centro… La Provvidenza proprio un nome azzeccato, se ci arrivi devi accendere due ceri alla Madonna!”.
“Zitta!”.
“Come osi…”
“Ascolta. Sono passi, forse c’è qualcuno, e magari ha un telefono”.
“Sei sicuro? Non ho sentito nulla.”
“Forse mi sbaglio, forse no. Ma quel maledetto ristorante non può essere lontano e visto che siamo senza auto e senza telefono, possiamo solo andare avanti. Mettiamoci in mezzo alla strada, più o meno, visto che nemmeno si vede, la strada. Devo spegnere la torcia o si scaricherà. Teniamoci per mano.”
“OK”.
I minuti passavano lenti come i loro passi. Era come camminare in una grotta: i rumori della notte erano attutiti. A volte si chinavano per terra, perché verso il terreno la coltre era più rada, ma più avanzavano verso il punto in cui avrebbe dovuto trovarsi La Provvidenza più la nebbia diveniva fitta: ormai anche nei brevi intervalli in cui accendevano la torcia elettrica, non vedevano che i contorni di loro stessi. Ivan aveva sentito ancora una volta quel rumore di passi, provenire da un punto in cui avrebbe dovuto esserci solo campagna. Ad un tratto il rumore si sentì più nitido, il pesante scalpiccio di qualcosa di molto grosso che spiccava un balzo. Una massa indistinta e pelosa cadde rovinosamente su di loro. Chiara gemette mentre si staccava dal ragazzo. Ivan urlò più per lo spavento che per il dolore, mentre denti aguzzi affondavano nella sua caviglia. Accese la torcia ma l’essere si dimenava come indiavolato e il ragazzo perse la presa: il cilindro di plastica cade lontano.
“Ivan! Cos’è? Dove sei? Non ti vedo!”
“La torcia, prendi la torcia è qui per terra, da qualche parte”. L’animale non faceva versi, si limitava a mordere. Il ragazzo sferrò un pugno alla cieca, colpendo qualcosa di caldo, ricoperto da un pelo stopposo; la bestia non lasciò la presa. Ivan si dimenò, tentando di liberarsi, poi gli parve di perdere l’equilibrio, sebbene fosse già a terra. Una remota parte della sua mente registrò l’irrealtà del momento: una nebbia insolitamente densa, ben due telefoni che non avevano campo… mentre il resto della sua coscienza veniva lentamente avvolto dalle tenebre più nere.
“Dove diavolo era Chiara?”

Aveva rovistato il terreno tutto intorno. Sentiva in lontananza, Ivan che lottava, ma non riusciva a vederlo, né a toccarlo, sebbene fossero stati vicinissimi quando quell’essere era piombato loro addosso. A un tratto, però, i rumori che venivano dalla colluttazione cessarono e lei fu sola nella notte.
“Ivan?” nessuna risposta. “Dove sei?” Nulla.
Tastò furiosamente il terreno intorno a lei, strisciò in tutte le direzioni, ma non trovò nessuna traccia né del ragazzo né di quella cosa che gli aveva attaccati. In preda al panico si mise a correre zigzagando, nella speranza di inciampare su di lui. Alla fine trovò di nuovo il fosso (quello di destra? quello di sinistra?) e vi cadde rovinosamente. Rimase lì, la schiena appoggiata all’erba umida, il bel vestito nuovo inzuppato di fango puzzolente.
Forse dormì un po’, perché quando riprese coscienza la nebbia si era molto diradata. Cercò speranzosa il telefonino, poi ricordò di averlo gettato a terra.
La notte era ancora senza stelle, ma riuscì a scorgere qualcosa: la torcia giaceva conficcata sul fondo melmoso del fosso, a pochi metri da lei. La prese e l’accese, illuminando tutt’intorno, poi urlò.
Il corpo di Ivan giaceva nel canale in una posa quasi comica, con la testa fracassata contro un grande sasso aguzzo, ora imbrattato di materia cerebrale. Il grosso randagio che li aveva assaliti stava leccandolo avidamente.
Chiara non riuscì a frenare il disgusto e rigettò.
Si arrampicò a fatica sulla strada, con lo stomaco sottosopra; appena si mise in piedi, notò il gruppetto di case; un beffardo cartello annunciava: La Provvidenza – Limite dei 50 Km7h – vietato usare il segnalatore acustico.
“Avevi ragione, quel maledetto ristorante non era lontano. Forse facevamo ancora in tempo a prendere una pizza…”.

In un quotidiano locale, il giorno dopo, si poteva leggere: “[…] gli scienziati si interrogheranno a lungo sul black out che ha colpito la rete di telefonia mobile in tutta la provincia ieri sera dalle 23 alle 24. Il guasto nel perfetto rispetto delle regole di concorrenza ha interessato tutti i gestori presenti: l’Associazione dei Consumatori ha denunciato il fatto all’Autorità per le Telecomunicazioni, chiedendo un risarcimento record […].

AUTORE – GABRIELE

Un commento

  1. Max

    Come racconto non è originalissimo, però è comunque solido e molto ben scritto. Io l’ho apprezzato parecchio, anche perchè non si può sempre scrivere di temi troppo ‘alti’ del fantastico tipo angeli, demoni e fini del mondo…

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