ELEVATION

Non so come ma ad un tratto vengo colto dall’amarezza…Una sensazione che ho imparato a conoscere a fondo.
L’assaporo come tutte le atre sensazioni. Positive o negative che siano.
Spesso mi sono chiesto come facciate a vivere con tutto questo sentire…
Il grigiore avvolge tutto.
Avrei dovuto capire che oggi sarebbe stata una giornata grigia.Mi sono alzato con una sensazione di vuoto e l’amaro in bocca.
Con la percezione tattile di mancanza, come se nella notte avessi perso qualcosa. Ormai non ci rimugino più. So già il motivo.
Una canzoncina, la sigla di un telefilm, mi rimbomba nella testa.
Sembra strano eppure mi conforta.
Mi butto tra la folla di pedoni che marcia verso il posto di lavoro. Uomini in giacca e cravatta si mischiano a semplici operai in tuta e a ragazzini abbigliati con le uniformi imposte dalla moda. C’è chi pensa ai figli appena portati a scuola e chi medita sul come chiudere un’importante contratto.
I bar, lungo la strada, sono pieni di persone che, con cornetto e cappuccino alla mano, discorrono del week-end appena trascorso.
In questa bolgia di suoni, umori e pensieri, mi sento fuori luogo. Mi sento un estraneo in un mondo di estranei. Oggi la gravità di questo pianeta mi infastidisce. Vorrei liberare il mio corpo. Vorrei lasciarlo volare nell’alto del cielo. Mi sento strano. Mi sembra di star riassaporando sensazioni alle quali avevo rinunciato per questa vita mortale…
La mia è solo una prova. Non mi sono allontanato per dissapori come gli altri. Mi sono sistemato qui in attesa della chiamata. Volevo la possibilità di capire il perché di certe decisioni. Il come si poteva rinunciare a parte di ciò che siamo per vivere un’esistenza innaturale. Questo è quello che sto provando.
Mi sono legato alla mondanità rinunciando a tutto. Eppure oggi qualcosa è diverso. Tendo le orecchie cercando di percepire il segnale.
Niente.
Ritorno nel mondo con tutti i miei sensi. Scatta il verde per i pedoni. Pochi passi ed eccomi davanti all’ufficio. Salgo le scale incrociando alcune colleghe. Mi guardano incantate, come se non credessero alla mia esistenza. Da vent’anni lo leggo nei loro occhi. Tutta colpa del mio odore, dolce e incantevole. All’inizio cercavo di affogarlo sotto litri di C.K. ONE; poi mi sono rassegnato al fatto che non mi avrebbe mai lasciato; che fa parte del mio essere.
Varco la soglia e un’aria di banalità e monotonia mi avvolge. Faccio i soliti pochi passi per timbrare il cartellino e per arrivare al mio loculo; è così che mi piace definire il mio ufficio. Trovo che sia il termine che lo descriva meglio. Piccolo e soffocante, a misura di un solo uomo. Dall’unica finestra vedo il palazzo dell’università, più precisamente l’ufficio di Sandy. Anche lei sta nel suo loculo ormai da vent’anni. In tutti questi anni di buon vicinato non abbiamo fatto altro che spiarci, mai una parola a quattrocchi. Eppure tra noi c’e un rapporto speciale. Abbiamo condiviso con gesti e parole, scritte su vetri appannati, alcuni momenti importanti delle nostre vite. Soprattutto della sua. Le voglio bene. Amo vederla mangiare il suo sandwich alla finestra riscaldandosi ai tenui raggi del sole.
Sapere che c’è mi conforta e mi salva dai tristi momenti di lucidità che a volte mi colgono…

Mi alzo dalla scrivania e, mentre porto avanti le mie mansioni, ne approfitto per fare un giro nell’ufficio.
Poi ad un tratto…BAMM!
Mi accorgo di qualcosa; qualcosa che stride e mi spiazza. Mi pongo una semplice ma fondamentale domanda… CHE CAVOLO CI FACCIO QUI?
Allora nella testa mi si apre una voragine. Tutto diventa buio o estremamente bianco come una fotografia sovresposta…Realizzo l’inutilità di tutte quelle cose che ti hanno fatto credere importanti… Mi aggiro, nel vuoto di una semiesistenza, e continuo come se non fosse accaduto mai niente, sentendomi ancora più vicino a voi e rendendomi conto di come una sensazione possa far perdere, all’uomo, la speranza e la fede…
Realtà.
L’unica cosa che mi riporta alla realtà e il forte aroma del caffè.
Così, come sempre, infilo qualche moneta nella macchinetta e mi prendo un dolcissimo ristretto. Lo sorseggio lì, in mezzo ai colleghi della “sigaretta delle dieci”. Paul, Katy e Adam; sempre loro.
Finito di bere raschio il fondo del bicchierino, con la palettina di plastica, per recuperare tutto lo zucchero rimasto e farne un solo boccone.
Lo zucchero è il mio toccasana; dopo averlo mangiato mi sento come in paradiso!
Solitamente la giornata continua serena, tranquilla e monotona fino all’orario di uscita. Oggi invece è diverso… sentivo che lo era…
Un’enorme boato. Come il ruggito di duecento leoni scuote l’aria.
La finestra del mio ufficio esplode letteralmente in mille pezzi lasciando un grande squarcio nella parete di spessi mattoni.
Alzo lo sguardo verso il loculo di Sandy nella speranza di capire.
Ma l’unica cosa che capisco è ciò che voi chiamate disperazione.
Il palazzo dell’università sta crollando. Collassa letteralmente su se stesso.
Sento le grida disperate di uomini e donne. Mani che si agitano al vento.
Odo le preghiere che provengono dai loro cuori…
Vedo le anime che ascendo… tra esse riconosco quella di Sandy.
Lo sconforto si impossessa del mio intero essere. Il dolore per la perdita di una persona per me importante mi dilania. Ora so cosa significa essere mortali.
Ora so cosa sentite nella morte.
Mi sembra che il cuore sia diventato più pesante; che batta ogni volta che una stella si spegne.
Sembra esplodere facendosi a pezzi e ricostituendosi nuovamente ad ogni battito; ripercorrendo questo ciclo all’infinito.
Le braccia si fanno pensanti. La testa segue quel moto esplosivo lasciandomi senza pensieri e senza idee. Incredulità. Assenza completa…
Il suono di un ottone si propaga nell’aria.
Se lo sento vuol dire che ci siamo…
Mi avvicino al ciglio del palazzo.
Guardo fuori. Un’enorme voragine si è aperta sulla crosta terrestre.
Manca poco ormai.
Mi levo la giacca che aggancio alla sedia in modo da non sgualcirla.
Mi chiedo perché mai abbia fatto quel gesto: so che non la indosserò mai più…
Questione di abitudine: mi rispondo.
Con delicatezza faccio passare i bottoni della camicia attraverso le asole.
Slaccio la fibbia della cintura. Con calma e naturalezza mi sfilo i pantaloni e le scarpe.
Rimango nudo. Naturale. Espongo finalmente la mia androginia al mondo. Respiro profondamente. Un respiro di rinascita. Rilascio l’aria che mi riempie i polmoni. Non sono più nudo. Non sono più un uomo.
Dopo anni percepiti come secoli la mia figura è tornata all’antico splendore.
Le sento sbattere l’aria. Non serve neanche che mi concentri.
Riesco perfettamente a muovere le tre paia d’ali alle quali avevo rinunciato. Candidamente splendide. Ripercepisco il mondo come solo un angelo può fare. Eppure mi sento triste. Lacrime scure escono dai miei occhi. Lacrime per una mortalità che non tornerà mai più. Lacrime per un mondo che sta finendo. LUI mi parla. Sento l’amore che solo LUI può trasmettere. Un canto esce dalle mie labbra. Qualcosa si muove dal fondo del mondo. Il momento è giunto. Michele compierà il suo destino. Combatterà e vincerà. La fiamma che nasce dal mio palmo muta e si fa spada. Il mondo trema sotto il mio ardore…
Io, che sono la Spada di Dio, ho vinto…
Ora tutto può riniziare.

AUTORE – SIMONE

  1. Venti left a comment on maggio 26, 2005 at 6:49 pm

    Molto bello anche questo.
    Mi piace la tua capacita’ di spaziare, saltare fra un genere e l’altro ogni volta che pubblichi un racconto.
    Ho adorato la passione di Michele per lo zucchero sul fondo del caffe’… splendida! 😀
    Bella la scena finale della voragine. Si capisce presto che lui e’ un angelo, ma non mi aspettavo l’apocalisse alla fine. Bello bello.
    C’e’ qualche errore di ortografia sparso qua e la’, ma niente di che 😛
    Tra un po’ facciamo la raccolta solo con racconti di angeli e demoni, se andiamo avanti cosi’!!
    Mi spieghi il titolo?

  2. Gabriele left a comment on maggio 26, 2005 at 7:20 pm

    Certo che le Apocalissi si precano peggio che in Buffy nel nostro blog…comunque molto bello e iquietante.

  3. Max left a comment on giugno 6, 2005 at 11:00 am

    A me invece questo è piaciuto un po’ meno, non per suo demerito in realtà ma proprio perchè ‘le apocalissi in questo blogs si sprecano’ (a proposito attendetevi a breve anche la mia versione…), alcuni momenti sono comunque molto intensi (es.: la descrizione della tipa con cui si guarda dalla finestra, la paletta del caffè già ricordata da Marcello).

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