Iniziazione

I due ragazzini entrarono furtivamente nella chiesa. Entrarono dalla sacrestia, muovendosi come fantasmi nel gioco d’ombre e luci che le candele votive proiettavano nella grande navata centrale. Era mezzanotte, tutto era buio e immerso nel silenzio. Si recarono furtivi dietro l’altar maggiore, facendo il segno della croce mentre passavano sotto il grande crocifisso di legno raffigurante il Cristo trionfante; ad ogni passo l’eco rimbombava nel grande edificio vuoto. Dietro all’altare c’era un pesante portone di ferro e legno, molto antico. Lo stipite della porta recava incomprensibili motti latini, in parte corrosi dal tempo. Uno dei due, il figlio del sacrestano, infilò una grossa chiave di bronzo nella serratura e la girò; l’antico meccanismo sferragliò e il portone si socchiuse con uno scatto.
“Marco, non puoi fare più piano?!” chiese l’altro, mentre le mani gli tremavano.
“Stai tranquillo: mio padre ha il sonno pesante e queste mura sono spesse. Ricordati, noi tutti lo abbiamo già fatto, ci manchi solo tu.
“Lo so. Non c’è bisogno che me lo ricordi, sono già abbastanza spaventato”
Marco spinse il portone, rivelando un centinaio di scalini scavati nel tufo. “Entra, Luca ¬– disse all’altro – scendi la scala e sarai nel corridoio dei morti. Vai fino in fondo, sono circa cinquecento metri di tombe. Alla fine c’è un muro di pietra, con delle iscrizioni, quella è la tomba dell’abate. Fermati lì, tra cinque ore ti verremo a prendere, e sarai uno di noi. Lascerò la porta socchiusa, così se avrai paura potrai uscire. In quel caso però la prova non sarà superata.
Luca iniziò a scendere la scala, mentre l’altro accostava il portone fino a lasciare solo un piccolo spiraglio e vi apponeva solennemente un rudimentale sigillo fatto con chewing-gum e fil di ferro. “Così non potrai barare”
Ad ogni scalino Luca sentiva il cuore battere a velocità sempre più forte; aveva con se una torcia e la tenne ben dritta di fonte a se. Alla fine della scala la galleria, scavata nella montagna cui era adagiata la chiesa, si strinse e Luca si trovò nel corridoio dei morti.
Il corridoio era un angusto cunicolo scavato nella montagna cui era appoggiata la chiesa. Un tempo, in quel luogo, c’era stato un complesso monastico piuttosto grosso, intorno al XII secolo; per trecento anni i frati avevano sepolto i propri morti in quella galleria, in nicchie scavate su ambedue i lati. Poi il monastero era decaduto e ora di quel complesso restava solo un paese di poche anime stretto intorno alla chiesa adagiata nella roccia. Il corridoio era rimasto dov’era, con i suoi antichi ospiti, oggetto di culto e di leggende. Il luogo non era aperto al pubblico ma solo alla preghiera dei paesani durante la festa del patrono, per questo era poco illuminato. Gli antichi sacelli di pietra erano ora protetti da un vetro, da cui le ossa bianche dei frati ammiccavano coperte da sai sdruciti. Non vi era il nome sulle tombe, ma solo la data di morte: i più antichi si trovavano all’inizio, i più recenti in fondo.
Il ragazzino si mosse con passi cauti, la torcia accesa, stretta maniacalmente tra le mani. Aveva con se una borraccia d’acqua, ne bevve un sorso. Stava attento ad illuminare solo davanti a se. Aveva la percezione delle tombe ai suoi lati, ma non voleva vederle; ogni tanto con la coda dell’occhio coglieva un teschio, un dito incartapecorito e il sudore gli imperlava la fronte. L’odore di chiuso e di cera gli seccava le mucose. “Chi me lo ha fatto fare – pensò – per entrare in questo stupido gruppo”
Si fermò attirato da un rumore in lontananza, girandosi di scatto verso il portone socchiuso, che era ancora a poche decine di metri. Rimase in attesa. Il rumore non si ripeté e Luca si rimise in cammino, cautamente, col terrore di pestare, nella penombra, un osso o qualche topo.
Impiegò un tempo lento ed incalcolabile per percorrere i cinquecento metri del corridoio roccioso. In fondo la galleria era stata chiusa, in epoche lontane da un muro di pietra, ricoperto da iscrizioni in latino e da simboli religiosi. Secondo la tradizione dietro quel muro era stato sepolto vivo l’ultimo abate del monastero nel XV secolo. Suo padre gli aveva raccontato che l’Abbazia era diventato un centro di pratiche occulte ed eretiche; più volte il Sant’Uffizio aveva indagato su quello che avveniva nel monastero. L’abate, un certo Filippo, fu scoperto mentre partecipava ad un Sabba con varie streghe. Le donne furono tutte bruciate sul rogo mentre Filippo e la sua concubina, pure lei una strega, per rispondere ad una strana premonizione dell’inquisitore, furono murati nelle catacombe. I vecchi raccontano che l’Abate maledisse il monastero ed il paese. Pochi anni dopo una grande epidemia decimò la popolazione della zona e un terremoto danneggiò il monastero; poco dopo il complesso monastico fu abbandonato e andò in rovina. Solo la cattedrale restò e con essa il corridoio dei morti. Pare che di notte vi si aggiri lo spettro dell’Abate, lamentandosi e maledicendo tutti. Luca non credeva a quella storia, ma il posto era alquanto tenebroso: cinquecento metri di tombe lo separavano da una porta socchiusa. Stese il modulo da campeggio e si sedette, prestando attenzione a non appoggiare la schiena alla fredda pietra della tomba dell’Abate. Il pavimento era duro e scomodo; aveva sperato di portare un materassino gonfiabile, invece che la sottile stuoia da campeggio, ma non aveva potuto. Aveva detto ai suoi che sarebbe andato a campeggiare nel bosco con gli amici. “Li ti è sufficiente il modulo – aveva detto la madre – l’erba è morbida e il materassino mi serve pulito per tua sorella, che parte con gli scout domenica”. Lui non aveva potuto dirle la verità e ora si trovava a tentare di rilassarsi sulla nuda roccia.
Scrutò il quadrante luminoso dell’orologio, uno Schwatch avuto come regalo di compleanno; era quasi l’una di notte: mancavano più quattro ore alla sua liberazione. Rabbrividì.
Si aggiustò più comodamente sul modulo e prese un fumetto di Paperino dallo zainetto, tentando di leggere alla luce della torcia. Per un po’ da Zio Paperone nella ricerca di un tesoro del quale, come al solito, il povero nipote dell’avarastro non avrebbe visto un cent. Puntuali i Bassotti tentavano di mettere i bastoni tra le ruote ai paperi, ma la sagacia di Qui, Quo e Qua e il loro onnisciente Manuale salvavano la situazione. Luca ridacchiava mentre scorreva il giornalino, sicuro che con quel talismano sarebbe rimasto fresco come una rosa fino all’ora x.
Qualcosa si mosse nel buio, rompendo l’incantesimo. Il ragazzo urlò ottenendo l’amplificata risposta di un’eco. Puntò la torcia tutto intorno, freneticamente. Gli scheletri muffiti erano immobili, ma a Luca parve di cogliere un’espressione divertita tra quei denti malfermi e in tra le occhiaie vuote. Bevve un sorso d’acqua e riprese a leggere di come Paperone aveva guadagnato il suo primo fantastiliardo.
Di nuovo il rumore lo distolse, più vicino e nitido: uno sbattere d’ali frenetico. Un’ombra calò sulla sua faccia, lui urlò di nuovo, colpendo l’aria con la torcia. Poi finalmente il pipistrello entrò nel fascio di luce della torcia, per un istante; Luca mosse il cilindro luminoso e le mani all’impazzata, finché l’animale, che evidentemente era spaventato più di lui, si infilò in una crepa da qualche parte sopra il muro dell’Abate, dopo essersi dimenato contro il soffitto un paio di volte. Dunque al di la della parete c’era davvero qualcosa. Il ragazzino rabbrividì: forse la storia dell’Abbazia posseduta dal dominio e dell’Abate eretico era vera; forse davvero Filippo e la sua donna strega davvero erano stati murati dietro quella parete. Una delle salme parve annuirgli, dal suo letto di pietra; il cappuccio sembrò fremere come se il teschio stesse muovendosi in segno affermativo. Luca illuminò la parete rocciosa e la osservò meglio, mentre la pelle d’oca lo avvolgeva e i testicoli si rimpicciolivano al rango di noccioli. Era un muro vecchio e con parecchie crepe e fenditure; varie immagini di roghi e processioni erano state dipinte sulla roccia e ora in gran parte erano state cancellate dal tempo e dall’incuria. Evidentemente in pochi erano intenzionati a restaurare quel muro sacrilego. Lui non capiva le iscrizioni, ma gli avevano raccontato che erano in latino e che erano riti di protezione, perché gli spiriti non uscissero. Non ci aveva mai creduto, fino a quella sera almeno.
Finalmente vide una crepa più profonda, nel punto in cui il muro incontrava la parete destra della galleria. Era abbastanza grande per guardare al di là; ci introdusse, tremante la torcia. Il corridoio scavato nella montagna proseguiva fin dove la luce poteva illuminare. Vedeva un’altra nicchia nella parete, stavolta senza ospite incappucciato; forse avevano predisposto altre sepolture, poi vi avevano rinunciato. Tutto era vuoto e silenzioso.
Si rilassò un poco e si sedette di nuovo. Non si era certo immaginato di vedere una sorta di riunione spettresca, dall’altra parte, ma il non aver visto qualche scheletro pronto a sorprenderlo nel sonno lo aveva un po’ tranquillizzato. Visto che i frati morti non si erano mossi per secoli, si disse, poteva spegnere la luce e tentare di rilassarsi: non voleva rischiare che la pila della torcia si esaurisse; ne aveva portata una di riserva, ma non era facile cambiarla alla luce dei ceri, con la mano che ti tremava.
Guardando il buio dove doveva trovarsi il soffitto, stringendo la pila spenta in grembo, pensò ai frati che avevano scavato pazientemente un cunicolo nella montagna per seppellire i propri morti, invece che seppellirli comodamente nel cimitero del paese, quasi a volerli tenere segregati, piuttosto che per dargli degne esequie; pensò al terrore dell’Abate costretto a morire lentamente dietro un muro di pietra che lo separava da una catacomba: quanto ci aveva messo a morire di fame e sete? Era morto prima lui o prima la sua strega? Ma lo avevano veramente murato vivo? O era già morto?
Mentre lasciava la mente libera di fantasticare, lentamente un torpore lo avvolse e incredibilmente si addormentò in mezzo a decine di scheletri. Sognò uno spettro, l’abate, che correva verso la porta di uscita tra le ovazione degli altri morti, urlando e maledicendo tutti i vivi. Vide un altro spettro volare su una scopa dietro il primo, pronunciando frasi in una lingua sconosciuta.
“Li distruggeremo tutti!” Urlava l’Abate
“Si distruggiamoli” rispondevano in coro gli altri, mentre scendevano agili dai loro sacelli in pietra. “Impareranno a chiuderci qui dentro”. Il portone fu spalancato, tutti i ceri si spensero all’unisono e i morti uscirono dal loro corridoio, lasciandolo solo.
Si svegliò di soprassalto. Tutto era piombato nel buio: i ceri erano spenti. Tremando col cuore che gli rimbombava nel petto cercò tentoni di accendere la torcia. Quando il rassicurante fascio di luce squarciò il buio, Luca trasalì. Gli scheletri vicino a lui si erano mossi: uno di essi, che era stato riposto nella fila più alta di tombe, giaceva fracassato sul pavimento. Una parte di muro, dove prima c’era la fenditura in cui aveva guardato dentro, era crollata rivelando la galleria vuota. “Tranquillo – tentò di controllarsi – non è niente. Sarà stato un terremoto. Ora è meglio uscire da qui. Non mi importa un fico secco di quello che penseranno gli altri: quel muro non mi sembra molto stabile, la prossima volta potrebbe cascarmi in testa. Si alzò di scatto ma qualcosa lo trattenne.
Sentì una stretta energica alla spalla sinistra. Urlò e tirò più forte in preda al panico. La torcia gli scivolò dalle mani viscide di sudore e si spaccò sulla roccia. Il buio lo avvolse di nuovo. “NO” urlò. Si era dimenticato di portarne un’altra. In lontananza gli sembrò di sentire un ghigno e uno scuotersi d’ossa. Tirò con tutte le sue forze, il cuore diventato un martello pneumatico. Per un attimo tutti i lumini parvero riaccendersi, poi il buio lo avvolse.

Quando Marco sentì la scossa di terremoto corse a tirar fuori l’amichetto. Temeva che il padre andasse a vedere i danni della cripta e vi trovasse Luca. Arrivò al portone socchiuso e lo aprì. “Luca – chiamò – la prova è finita, l’hai superata. È troppo rischioso stare lì, ora”. Nessuna risposta. “dai non fare lo scemo, rispondimi” urlò scendendo alcuni gradini. Solo giunto all’imboccatura della cripta si accorse che tutto era immerso nel buio. Per rendere più sinistro l’ambiente non aveva detto all’amico che la galleria aveva un’illuminazione elettrica. Ora si diresse al quadro e l’accese.
“Oddio!” gridò facendosi il segno della croce e correndo verso il fondo del corridoio.
Luca giaceva appoggiato al muro dell’Abate, gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue che gli era uscito dalla bocca. La sua pila era spaccata a terra; alcune salme erano state sbalzate sul pavimento dalla scossa tellurica. Quando Marco gli fu più vicino, vide che Luca era rimasto impigliato nell’ossuto dito di una mano scheletrita. Il cadavere cui apparteneva doveva essere stato murato dentro la parete di pietra. Il terremoto lo aveva liberato. Quando Marco lo liberò da quella stretta il corpo di Luca si accasciò al suolo come una marionetta. “Papà – chiamò a gran voce, mentre fuggiva letteralmente da quel luogo malefico – corri. Una disgrazia”
Infarto, avrebbe in seguito sentenziato l’autopsia

AUTORE – GABRIELE

  1. Eliselle left a comment on marzo 13, 2005 at 2:27 pm

    Ben scritto! Paura vera 🙂

  2. pella@grind left a comment on aprile 8, 2005 at 9:04 am

    Nera ed affascinante la trama, un riflesso delle paure infantili che lasciano segni fino alla morte.

  3. Andrea left a comment on gennaio 31, 2006 at 12:27 pm

    E bravo il Sorre. Bella storia, stilisticamente piacevole, vagamente reminiscente di un giovane Poe. Aspetto che la prossima abbia come sfondo le strade del deserto Californiano. Stammi bene.

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