Solstizio d’inverno

La porta della taverna si spalancò di colpo, sospinta dal vento della tremenda bufera che spesso spazzava quelle terre.

-Sbrigatevi ad entrare, voi!- tuonò la voce del locandiere, intento a pulire alcuni boccali col suo straccio. Quella sera nonostante la tempesta di neve molti avventori erano comunque venuti a bere un boccale della sua birra, che a suo dire veniva direttamente dalle Terre del Sud. Il viaggiatore entrò velocemente e chiuse la porta. Il pesante mantello mezzo congelato e coperto di nevischio fu velocemente buttato su un tavolo, vicino al fuoco. Il nuovo avventore si sedette al bancone, gli sguardi degli altri clienti puntati addosso. Il silenzio era calato sulla sala.

Il viandante portava una leggera armatura di piastre di vecchia fattura, la vernice nera era ormai stata graffiata via da tempo su maggior parte della superficie. I paramani di metallo erano invece più recenti, ma non portavano segni di vernici o simili. Erano di quelli che lasciavano le dita scoperte, per una miglior presa sulle armi, notò il locandiere.

Il fisico dell’uomo era asciutto e proporzionato, i muscoli ben sviluppati, ma non all’esagerazione come quei diavolo di barbari che ogni tanto venivano a prendersi una sbornia fra una scorreria e l’altra.

Il viso sottile e mortalmente pallido incorniciava gli occhi nerissimi, nei quali si riusciva a stento a riconoscere la pupilla grazie alle venature dorate dell’iride.

Lunghi e fini capelli neri gli ricadevano sulla schiena. Una spada gli pendeva dal fianco, l’elsa adornata di onorificenze in forma di lunghi e sottili nastri, come quelle che venivano assegnate nelle terre del Sud; decorazioni stupende sulla guardia e sul forte della spada, la lama protetta da un raffinato fodero di cuoio. Un libro di preghiere gli pendeva dalla cintura. Un altro, pensò il locandiere. Appoggiò l’ultimo boccale ancora da pulire e si diresse in silenzio verso di lui.

-Una di quelle.- disse l’uomo, indicando uno dei boccali degli altri avventori.

Il locandiere spillò la birra scura e schiumosa senza dire una parola.

L’uomo iniziò a sorseggiarla con molta calma, il suo unico commento fu: -Ottima. La migliore che abbia mai bevuto al di fuori delle Terre del Sud.-

-Sei anche tu qui per il solstizio d’inverno, vero?- Il tono di voce dell’oste era divenuto timoroso. L’uomo non staccò gli occhi dal boccale.

-Sì.-

-Sei il quarto di oggi, lo sai?-

Lo sguardo dell’uomo assunse un’aria interrogativa. Il locandiere si fermò ad ascoltare il suono della tempesta.

-Cacciatori di demoni. Ne sono arrivati a decine nell’ultimo mese. Non negarlo.-

L’uomo sorrise, lo sguardo fisso sul boccale, ma non rispose.

Uno degli avventori, il più giovane, sbotto’ di colpo. -Ma insomma, e’ da qualche giorno che siete tutti sempre più preoccupati: ho visto anche qualcuno fare le valigie e andarsene! Ma si può sapere che hanno tutti?-

Un altro cliente, molto più anziano, rispose semplicemente, con aria molto grave: -Tornerà. Domani.-

Il giovane parve ancora più confuso di prima, mentre il silenzio si faceva più greve. Quel silenzio pesante, che copre qualcosa di cui si farebbe volentieri a meno di parlare, e che ti lascia quel senso di disagio lungo la schiena. Il locandiere si sedette su uno sgabello. -Lascia che ti spieghi io.-

Ed inizio’ a raccontare.

-Tempo addietro, durante il periodo della Guerra dei Cancelli, tutta questa zona era pericolosamente vicina al fronte, a non più di un paio di miglia. Si dice che un giorno apparve sulla collina la sagoma alata di un demone. La storia narra che rimase per due giorni fermo, immobile sulla collina a fissare la nostra città. Poi, il terzo giorno, scese sulle case ed atterrò in mezzo alla piazza del municipio. Un tempo nella nostra città abitava un mago, niente di eccezionale. A centinaia morirono, ma lui fu il primo ad andarsene. Gli annali dicono che il demone lo sventro’ per primo perché l’aveva riconosciuto, pronunziandone il nome: Uriziel. Mio nonno mi ha spiegato che per un demone era pericoloso che qualcuno conoscesse il suo nome perché chi lo scopriva poteva piegare il demone al suo volere, pensate che roba.

Uriziel era fra i più forti della sua empia stirpe, cosi’ dissero i Saggi mandati dalle autorità Imperiali una volta avvistato il mostro. Il sacro ordine dei templari venne mobilitato insieme all’Ordo Malleus, gli inquisitori. Per mesi i nostri concittadini non ricevettero più nessuna notizia, mentre il demone continuava a riscuotere il suo tributo di sangue, mietendo vittime come grano maturo.

Poi, un giorno, venne finalmente avvistato un reggimento di Templari. I cavalieri corazzati entrarono in città e si fecero dire dove il demone sarebbe apparso. Vi si diressero senza timore, forti della loro fede e della loro abilità.

Non uno fece ritorno. I corpi massacrati furono esposti sulla colline dove Uriziel era apparso la prima volta, impalati su tronchi senza punta. La loro pelle sventolava in cima ad ogni singolo palo. Il terreno rimase rosso per mesi, su quella dannata collina.

Il mostro venne nella nostra piazza la mattina seguente. Si era sentito indignato per il trattamento subito, disse, e quindi impose il suo volere: sarebbe venuto, ogni due giorni, al tramonto, per uccidere una famiglia per volta.

Quello stesso giorno chi poteva partì verso Sud, nella speranza di salvarsi da quel terribile destino.

Ma ogni giorno arrivavano notizie provenienti dai villaggi circostanti del ritrovamento dei corpi dei fuggitivi.

Per un mese i sopravvissuti vissero nel terrore più assoluto, ringraziando gli Dei di essere ancora vivi quando spuntava l’alba e le notizie dei ritrovamenti vennero presto prese con gioia dai cittadini, sollevati che l’attenzione del mostro fosse stata attirata dai profughi. Io poveretti li capisco, sapete, anche se mio nonno si vergognava quando lo raccontava perché diceva che era una cosa crudele.

Mancavano due giorni al solstizio d’inverno quando arrivarono dieci uomini dalle Città ai Bordi, le contrade più a Sud di tutto l’Impero.

Dissero di essere cacciatori di demoni, appartenenti ad un ordine parallelo a quello dei Templari.

La gente indicò loro il punto dove il demone sarebbe apparso. Loro si sedettero ed aspettarono.

Quando il demone comparve, i dieci uomini si alzarono da terra, sfoderarono le spade e lo sfidarono. Il Demone, pur comprendendo che lo scontro avrebbe potuto rivelarsi mortale, accettò.

Per due giorni e due notti combatterono come leoni, ed il Demone venne sopraffatto.

L’ultimo sopravvissuto dei Cacciatori prese il corpo di Uriziel, gli staccò le ali e lo inchiodò a testa in giù ad un’enorme croce, le braccia e le gambe divaricate. Utilizzò dei chiodi sacri, che venivano fabbricati dai maghi delle accademie imperiali; questo lo prese mio nonno quando tutto fu finito- e così dicendo estrasse da sotto il bancone un grosso chiodo di bronzo, con due lame incrociate al posto del consueto paletto di ferro, e lo mostrò a tutti.

– La carne del demone sfrigolava a contatto col metallo benedetto. Poi, dopo aver raccolto tutta la legna secca che poteva trovare ed averla ammucchiata sotto la croce, accese la pira.-

Il racconto venne interrotto dall’uomo dai capelli neri, che concluse al posto del locandiere.

-Il demone con le ultime forze rimastegli giurò che a distanza di un secolo sarebbe tornato per avere la sua vendetta, portandosi tutta la città al suo Inferno. Si dice che la pira sia bruciata per una settimana intera, ed il giorno in cui si spense il Cacciatore sopravvissuto morì per le tremende ferite subite. Domani è il giorno. Domani Uriziel tornerà per riscuotere il suo tributo.-

Un altro cliente disse con voce timorosa: – Ma il glorioso ordine dei templari non c’è più, e quello della Guerra dei Cancelli era forse il periodo di maggior sviluppo dell’Impero, un’età d’oro! Non possiamo contrastare un avversario così potente con i nostri attuali mezzi! Anche i Cacciatori di demoni non sono più come una volta, li hai visti anche tu! Quello di ieri sembrava un otre di birra nanica !-

Il Cacciatore si alzò e riprese il mantello dal tavolo. Si diresse verso la porta, poi si fermò e disse: – Oste, non ho abbastanza soldi per pagarti la birra. Spero che tu possa accettare i miei bracciali come pagamento temporaneo.-

E così dicendo si sfilò i paramani lucenti, dirigendosi nuovamente verso il bancone. Il locandiere fece spallucce ed accettò.

Il vecchio cliente, seduto al tavolo più lontano, chiese speranzoso: – Credi che riusciremo a ricacciare il demone? Possiamo noi oggi contrastare un così forte nemico?-

L’uomo appoggiò i paramani di fianco al chiodo magico, l’oste seguiva ogni movimento della sua mano. Poi, di colpo, rimase atterrito, quasi cadde sul pavimento nel tentativo di allontanarsi. I clienti si girarono a fissarlo sorpresi.

Una grande cicatrice a forma di croce solcava il pallido dorso della mano del viaggiatore, la carne bruciata come se fosse un’ustione.

– Vedremo, vecchio mio.-

Si diresse verso la porta; il cappuccio ne nascondeva nuovamente il pallido volto. Solo quando varco’ la soglia per rituffarsi nella bufera l’urlo straziante di terrore dell’oste lacerò il silenzioso manto della notte.

-Vedremo.-

Autore – VENTI

5 Commenti

  1. Anonimo

    Solsitizio d’inverno. Sinossi. Un viaggiatore finisce in una locanda di un paesino dove gli raccontano dei tremendi conflitti che la località turistica aveva avuto, cent’anni prima, con un demone stronzetto. E tutti si aspettano che il demone stronzetto, come promesso, si rifarà vivo in mattinata.
    Avete giocato a Danger’s & dragons in gioventù? Avete già letto Tolkien.? Vi sembra trito? Affari vostri.
    Allora vi chiederete se il Venti ci avrà per lo meno offerto preziose e dettagliate descrizioni in foema di pregiata scrittura. Sbagliato! Venti non fa ventuno nemmeno nel descrivere. Tutti qui.
    Ma non prendetevela, il racconto è gratis.

  2. Anonimo

    Silenzio.

    Sinossi:
    Per caso, un buon lettore s’imbatte in un sito pieno di racconti. Nell’”home page” del sito si invita chiunque ad esprimere le proprie opinioni . «Che democratici! E che coraggiosi!» pensa il buon lettore!. «Un gruppo di scrittori che espongono il loro lavoro alla mercè di tutti e che si scambiano idee fra loro!»
    Poi il buon lettore entra nel Blog e nota che è ben poco frequentato e che i “post” sono tutti scritti dagli stessi autori dei racconti e che si scambiano profonde riflessioni, del tipo: «Bello!» oppure «Questo è il tuo migliore!» e tante altre raffinate divagazioni estetiche.
    E il buon lettore pensa:
    «Che tristezza! Vediamo se riesco ad innescare un dibattito scrivendo due righe per qualche racconto. E vediamo se sono effettivamente disposti ad accettare critiche sul loro lavoro»
    Ma alla prima critica negativa si “ventila” già aria da “ventennio” e si viene invitati a mollare il blog con dolcissime parole da Senatur.
    Commento: Caro Venti, il tuo racconto si legge in “santa pace” anche con il mio commento allegato, da voi richiesto e da voi lì posizionato.
    Ve lo dico sempre, esercitatevi anche voi con le sinossi per imparare a scrivere un racconto. Questo “Solstizio d’Inverno” infatti non è un racconto, è una sinossi scritta male perché troppo lunga. E se Venti fosse abituato a scrivere sinossi, forse si renderebbe conto della differenza che passa tra un racconto e gli appunti su un intreccio..
    Morale:
    Si consiglia agli scrittori che aprono un blog il cui oggetto sono i loro racconti, ma che non vogliono ricevere critiche negative, di apporre nell’Home Page un cartello nero con una scritta gialla con su scritto: «Si gradiscono solo post e critiche lusinganti».

  3. Ma come mai tutti questi anonimi?

    Io ho già dato, in questo senso, non fatemi patire altri commenti non firmati, ve ne prego! 😀

    Firmatevi, perdindirindina!

    Ah, Anonimo delle Sinossi: qua si è tutti inesperti e amatori della scrittura, nessuno si crede Nobel della Letteratura. Le tue critiche sono divertenti, indi per cui, non badare agli altri anonimi. E non dare la colpa a noi di altri commenti visto che fin’ora qui gli scrittori, o meglio, i ragazzi e le ragazze che scrivono e lasciano al “pubblico” il proprio lavoro, si sono sempre firmati. Sarebbe carino che anche tu lo facessi. Grazie 🙂

  4. Gabriele

    Gia detto tutto: firmatevi o almeno presentatevi. Non per fini persecutori ma per correttezza. Noi ci firmiamo e ci mettiamo in gico, fatelo anche voi.
    Per altro le parole dolci non le dice solo il Senatur, qualche volta anche dall’altra parte si esagera. E non mi sembra che la censura ci fosse solo nel ventennio.
    Viva la liberta di espressione!

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